Negli ultimi anni, in Italia, si sono moltiplicati i casi di appartenenti alle forze dell’ordine denunciati, arrestati o indagati per traffico di sostanze stupefacenti. Episodi che, oltre allo sconcerto dell’opinione pubblica, aprono una riflessione molto più profonda sul funzionamento del sistema repressivo legato alle droghe e sulle condizioni economiche e sociali di chi lavora nelle istituzioni.
Le cronache raccontano storie sempre più simili tra loro: agenti accusati di rivendere droga sequestrata durante operazioni antidroga, poliziotti coinvolti in reti di spaccio, agenti della locale collegati a organizzazioni criminali o a dinamiche di corruzione interna. Non si tratta più di casi isolati, ma di un fenomeno che evidenzia crepe strutturali all’interno del sistema.
Tra gli ultimi episodi vi sono: tre poliziotti arrestati a Roma con accuse legate allo spaccio di droga, agenti che rivendevano hashish sequestrato, casi di estorsione ai danni di consumatori, fino ad arrivare a operazioni di traffico di stupefacenti gestite direttamente da uomini delle istituzioni.
L’episodio più drammatico è stato quello avvenuto a Rogoredo, dove il 26 gennaio ha perso la vita Abderrahim Mansouri, 28 anni, raggiunto alla testa da un colpo di pistola esploso nel cosiddetto “boschetto” di Rogoredo dall’assistente capo della Polizia di Stato Carmelo Venturino. Per il poliziotto le accuse sono di omicidio volontario ed estorsione.
Questi episodi non devono essere letti soltanto come “mele marce”. Sarebbe una semplificazione troppo comoda. Dietro queste vicende esistono infatti problemi economici, politici e culturali che meritano di essere analizzati.
Stipendi bassi, pressione psicologica e rischio corruzione
Uno dei punti centrali riguarda le condizioni economiche delle forze dell’ordine italiane. Molti agenti percepiscono stipendi che, soprattutto nelle grandi città, risultano insufficienti rispetto al costo della vita, ai rischi professionali e alla pressione psicologica del lavoro. Un giovane agente spesso si trova a dover affrontare turni massacranti, straordinari poco valorizzati, difficoltà nel trovare casa, forte stress operativo ed esposizione quotidiana a criminalità e degrado sociale.
Quando una persona lavora costantemente a contatto con il mercato della droga, vede circolare enormi quantità di denaro illecito e contemporaneamente vive una situazione economica precaria, il rischio di corruzione aumenta inevitabilmente. Questo non significa giustificare chi commette reati, ma ignorare il contesto economico sarebbe ipocrita. La storia dimostra che ogni sistema in cui il potere repressivo incontra grandi flussi di denaro illegale genera inevitabilmente corruzione. È accaduto durante il proibizionismo dell’alcol negli Stati Uniti negli anni ’20 e accade oggi con il narcotraffico.
Uno degli aspetti più inquietanti di queste vicende è che spesso la droga spacciata dagli stessi agenti proviene da sequestri effettuati durante operazioni ufficiali. Questo crea un cortocircuito gravissimo: chi dovrebbe contrastare il traffico diventa parte del traffico stesso. Il sistema repressivo finisce così per alimentare indirettamente il mercato nero, mentre il controllo sulle sostanze sequestrate si rivela insufficiente e cresce inevitabilmente la sfiducia dei cittadini verso le istituzioni.
In molti casi, le sostanze sottratte ai sequestri vengono rivendute attraverso intermediari o reimmesse direttamente nelle piazze di spaccio. Un meccanismo che dimostra quanto il proibizionismo produca aree grigie difficili da controllare. Più il mercato è clandestino, più il valore economico delle sostanze aumenta. E più aumenta il valore economico, maggiore sarà la tentazione per chiunque abbia accesso privilegiato a quel mercato.

Il fallimento della guerra alla droga
La guerra alla droga, portata avanti da decenni in moltissimi paesi occidentali, ha prodotto risultati spesso fallimentari. Nonostante miliardi investiti in repressione, il consumo di sostanze non è scomparso, il narcotraffico continua a prosperare, le mafie si sono rafforzate e le carceri si sono riempite senza che il problema venisse realmente risolto.
In questo contesto, le forze dell’ordine vengono poste quotidianamente davanti a un sistema economicamente gigantesco. Il traffico di droga muove cifre enormi e rappresenta uno dei business illegali più redditizi al mondo. Più una sostanza è proibita, più aumenta il suo prezzo sul mercato clandestino. Questo meccanismo crea inevitabilmente corruzione a ogni livello della filiera: criminalità organizzata, politica, dogane, apparati statali e forze dell’ordine. È una dinamica storicamente nota e studiata in criminologia da decenni.
Uno dei temi più discussi riguarda la legalizzazione della cannabis. I promotori della legalizzazione sostengono che regolamentare il mercato ridurrebbe drasticamente il potere economico delle mafie, il mercato nero, la corruzione e le opportunità di traffico illecito interno alle istituzioni. Esperienze come quelle di Canada, Uruguay e diversi stati degli Stati Uniti mostrano come la regolamentazione della cannabis abbia sottratto enormi quote di mercato alle organizzazioni criminali.
Con un mercato regolamentato, la produzione viene controllata, la distribuzione è tracciabile e il prodotto viene tassato. Di conseguenza diminuiscono i margini del traffico clandestino e si riducono anche le possibilità che droga sequestrata venga rimessa illegalmente in circolazione.
Un altro tema cruciale riguarda la depenalizzazione delle droghe pesanti. Depenalizzare non significa legalizzare completamente, ma smettere di trattare il consumatore come un criminale. Paesi come il Portogallo hanno adottato approcci basati sulla salute pubblica piuttosto che sulla repressione penale. I risultati hanno mostrato una riduzione delle morti per overdose, un minore sovraffollamento carcerario e un aumento dei percorsi terapeutici.
Anche questo approccio può avere effetti indiretti sulla corruzione. Ridurre il peso del mercato clandestino significa infatti diminuire le occasioni di guadagno illecito attorno al narcotraffico.
Crisi di fiducia nelle istituzioni e necessità di un nuovo approccio
Quando un cittadino scopre che chi sequestra droga è lo stesso che la rivende, il danno non è soltanto giudiziario. È soprattutto culturale e democratico. La fiducia nelle istituzioni si basa infatti sulla credibilità morale di chi esercita il potere. Ogni scandalo che coinvolge le forze dell’ordine mina quella fiducia e alimenta sfiducia nello Stato, rabbia sociale e percezione di impunità.
È importante sottolineare che la maggior parte degli operatori delle forze dell’ordine svolge il proprio lavoro con onestà e professionalità. Ma proprio per questo motivo il sistema dovrebbe interrogarsi seriamente sulle condizioni che permettono a certi fenomeni di proliferare.
Ridurre tutto a singoli corrotti significa non comprendere il problema reale. Quando i casi iniziano a moltiplicarsi, bisogna chiedersi perché accade con sempre maggiore frequenza, quali falle esistano nei controlli interni, quali pressioni economiche subiscano gli agenti e quanto il proibizionismo alimenti la corruzione.
Ogni mercato nero estremamente redditizio produce inevitabilmente infiltrazioni e collusioni. È accaduto con l’alcol, accade con la droga e potrebbe accadere con qualsiasi sostanza resa illegale ma comunque richiesta dalla società.
Continuare esclusivamente sulla strada repressiva non ha risolto e non risolverà il problema del consumo di droghe. Al contrario, in molti casi ha rafforzato le mafie, aumentato il potere economico dei cartelli, favorito la corruzione e trasformato il tema delle dipendenze in un problema criminale anziché sanitario.
Per questo sempre più esperti, giuristi, criminologi e associazioni chiedono un cambio di paradigma fondato sulla regolamentazione delle droghe leggere, sulla depenalizzazione del consumo, sulla prevenzione, sull’educazione e su un maggiore supporto sanitario e psicologico. Allo stesso tempo, migliorare le condizioni economiche e lavorative delle forze dell’ordine potrebbe ridurre la vulnerabilità alla corruzione.
Senza affrontare le radici economiche e sistemiche del problema, gli scandali continueranno a ripetersi. E ogni volta sarà sempre più difficile distinguere dove finisca la lotta al narcotraffico e dove inizi il sistema che, involontariamente, continua ad alimentarlo.
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