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Rogoredo, fermato il poliziotto che ha ucciso Mansouri: pretendeva il pizzo e la droga

Oggi non raccontiamo soltanto un caso giudiziario che sta facendo discutere Milano e l’opinione pubblica nazionale.

Questa vicenda è la fotografia di un sistema che da decenni affronta il tema delle sostanze stupefacenti quasi esclusivamente con la repressione, promettendo sicurezza attraverso controlli, arresti e operazioni straordinarie. 

Rogoredo – Un caso che scuote profondamente la città e le istituzioni. La Procura di Milano ha disposto il fermo di indiziato di delitto nei confronti di Carmelo Cinturrino, assistente capo della Polizia di Stato in servizio presso il Commissariato Mecenate. L’accusa è pesantissima: omicidio volontario.

Al centro dell’inchiesta la morte di Abderrahim Mansouri, 28 anni, colpito alla testa da un proiettile il 26 gennaio nel cosiddetto “boschetto” di Rogoredo, area tristemente nota per il traffico e il consumo di stupefacenti. L’intervento, secondo quanto inizialmente dichiarato, sarebbe avvenuto nell’ambito di un controllo antidroga degenerato in una presunta legittima difesa. Ma gli accertamenti successivi hanno radicalmente ribaltato questa versione.

Le indagini e l’ipotesi di depistaggio

Le indagini, condotte dalla Squadra mobile e coordinate dal procuratore Marcello Viola e dal pubblico ministero Giovanni Tarzia, hanno messo in discussione punto per punto la narrazione fornita dall’agente. Secondo quanto emerso, la vittima non sarebbe stata armata al momento dello sparo e non avrebbe minacciato il poliziotto. La pistola a salve trovata accanto al corpo, una replica di Beretta 92 con tappo rosso, sarebbe stata collocata successivamente sulla scena.

Gli inquirenti ritengono che l’arma finta sia stata recuperata da uno zaino fatto arrivare in un secondo momento dal commissariato, con l’obiettivo di costruire una scena compatibile con la legittima difesa. Un’ipotesi di depistaggio che, se confermata, aggraverebbe ulteriormente il quadro accusatorio.

Fondamentali per l’inchiesta sono state le testimonianze raccolte tra frequentatori della zona, l’analisi delle telecamere di sorveglianza, i dati telefonici e le consulenze balistiche e medico-legali. Un lavoro investigativo che avrebbe evidenziato incongruenze decisive tra i rilievi tecnici e la versione iniziale dell’agente.

Le accuse di pressioni e il sistema delle richieste illecite

Ma l’inchiesta si è spinta oltre la dinamica dello sparo. Diversi testimoni hanno raccontato agli investigatori che l’assistente capo avrebbe esercitato pressioni costanti su alcuni spacciatori della zona, tra cui la stessa vittima. Secondo queste dichiarazioni, avrebbe richiesto quotidianamente somme di denaro e quantitativi di droga, si parla di circa 200 euro e 5 grammi di cocaina al giorno, in cambio di una sorta di “protezione” o di minori controlli. Un sistema che, se provato in giudizio, trasformerebbe radicalmente il ruolo dell’agente: non più repressore del traffico, ma soggetto inserito in un circuito di sfruttamento e ricatto.

Rogoredo
l’assistente capo Carmelo Cinturrino

Oltre al fermo dell’assistente capo, quattro suoi colleghi risultano indagati a vario titolo per favoreggiamento e omissione di soccorso. Il procuratore ha annunciato una conferenza stampa presso la Questura di Milano per illustrare i dettagli dell’operazione e chiarire i contorni di una vicenda che ha inevitabilmente minato la fiducia dell’opinione pubblica.

Le dichiarazioni politiche e il dibattito sullo scudo penale

Sul piano politico, la reazione è stata altrettanto significativa. Esponenti di primo piano come Matteo Salvini e Giorgia Meloni avevano preso posizione pubblicamente nelle ore immediatamente successive ai fatti, esprimendo sostegno all’assistente capo e richiamando il principio della presunzione di legittimità dell’operato delle forze dell’ordine, quando ancora molti elementi dovevano essere chiariti.

Un atteggiamento che si ripete con una certa frequenza ogni volta che un appartenente alle forze dell’ordine finisce al centro di un’indagine: la difesa preventiva, prima ancora che l’accertamento giudiziario. Una dinamica, questa del caso di Rogoredo, che riporta alla memoria il caso di Stefano Cucchi, quando dichiarazioni politiche affrettate e ricostruzioni sommarie vennero poi smentite nel corso degli anni dalle sentenze e dagli esiti processuali. Anche allora, prima delle verità emerse in aula, si disse di tutto e di più.

In questo contesto si inserisce anche il dibattito, riemerso più volte negli ultimi anni, sull’ipotesi di uno “scudo penale” per le forze dell’ordine, ovvero di forme di tutela rafforzata rispetto alla responsabilità penale nell’esercizio delle funzioni. Se da un lato l’esigenza di garantire strumenti adeguati a chi opera in contesti complessi è comprensibile, dall’altro non può non suscitare perplessità l’idea di ampliare ulteriormente le protezioni proprio mentre emergono casi che richiedono piena trasparenza e rigoroso accertamento dei fatti.

Il rischio, percepito da una parte dell’opinione pubblica, è che il messaggio politico di sostegno incondizionato possa trasformarsi in una pressione indiretta sul dibattito giudiziario, alimentando l’idea di una doppia velocità nella responsabilità penale. Ed è proprio questa tendenza a schierarsi prima che i fatti siano definitivamente accertati a sollevare interrogativi profondi sul rapporto tra politica, istituzioni e principio di uguaglianza davanti alla legge.

Rogoredo e il nodo irrisolto della “guerra alla droga”

Il boschetto di Rogoredo è da anni uno dei simboli del degrado legato al consumo e allo spaccio di droga a Milano. Operazioni di sgombero, blitz mediatici e pattugliamenti intensificati si sono succeduti nel tempo, ma non hanno effettivamente prodotto risultati strutturali. Lo spaccio si sposta di qualche centinaio di metri, si riorganizza, torna invisibile per un periodo e poi riaffiora.

La vicenda che raccontiamo oggi non è soltanto una storia giudiziaria. È uno spaccato che interroga il senso stesso della cosiddetta “guerra alla droga”. Da decenni le istituzioni conducono una strategia fondata prevalentemente sulla repressione penale, attraverso arresti, sequestri e controlli straordinari. Eppure il mercato degli stupefacenti continua a prosperare, adattandosi con sorprendente rapidità.

Quando in un contesto di marginalità estrema si inseriscono dinamiche di corruzione, abuso di potere o sfruttamento, emerge con ancora maggiore evidenza un dato: la guerra alla droga, così come è stata impostata, appare persa in partenza. Non solo perché non riesce a ridurre in modo significativo domanda e offerta, ma perché finisce talvolta per generare zone grigie dove legalità e illegalità si intrecciano.

Raccontare queste vicende, come altre analoghe in Italia e all’estero, significa mettere in luce le contraddizioni di un sistema che spesso interviene sugli effetti, lo spaccio di strada e il consumo visibile, senza affrontare le cause profonde, come la dipendenza, l’esclusione sociale e la mancanza di percorsi di cura e integrazione. In assenza di politiche strutturali su prevenzione, trattamento e riduzione del danno, il solo strumento repressivo rischia di trasformarsi in un ciclo infinito che non estirpa il problema ma lo sposta e, talvolta, lo incancrenisce.

Il procedimento è ancora nella fase preliminare e la responsabilità penale dovrà essere accertata in sede processuale. Tuttavia, l’impatto istituzionale è già evidente. Un poliziotto accusato di omicidio volontario e di aver costruito una falsa scena di legittima difesa rappresenta un colpo durissimo per la credibilità delle forze dell’ordine. Al tempo stesso, l’inchiesta dimostra che i meccanismi di controllo interno e l’azione della magistratura a volte possono funzionare anche quando coinvolgono apparati dello Stato.

Sarà ora il percorso giudiziario a stabilire in via definitiva responsabilità e verità, mentre Rogoredo torna al centro del dibattito pubblico non solo come luogo di spaccio, ma come specchio delle fragilità di un modello di contrasto che, di fronte alla complessità del fenomeno droga, mostra crepe sempre più evidenti.

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