Ci risiamo, dopo Agrigento, l’ennesimo fine settimana di controlli straordinari, l’ennesimo dispiegamento imponente di uomini e mezzi, l’ennesimo comunicato che parla di “efficacia” e “contrasto allo spaccio”. E poi si arriva al dato concreto: 30 grammi di hashish trovati in un tombino.
Ottantanove militari, trentotto pattuglie, cani antidroga, oltre duecento veicoli controllati, più di trecento persone identificate. Il bilancio operativo, letto senza enfasi, è questo. Un pacchetto nascosto vicino a un bar frequentato da giovani. Sequestrato. Operazione riuscita. Comunicazione soddisfatta.
E anche se, come spesso accade in queste circostanze, oltre a quei trenta grammi fossero stati sequestrati ulteriori piccoli quantitativi per uso personale durante i controlli — qualche grammo nelle tasche di qualcuno, una segnalazione amministrativa in più — il punto non cambierebbe. Non sono certo queste azioni a disincentivare l’uso di sostanze stupefacenti tra i giovani.
Ma davvero è questo il risultato che dovrebbe convincerci dell’utilità di un simile dispiegamento di risorse pubbliche?
I numeri, se osservati con un minimo di spirito critico, raccontano altro. Raccontano di un modello repressivo che si ripete identico da oltre cinquant’anni. Raccontano di una macchina costosa che si mette in moto con grande visibilità e si ferma con un bottino simbolico. Raccontano di una strategia che continua a essere presentata come deterrente, nonostante l’esperienza storica dimostri che il consumo di sostanze stupefacenti non si riduce con operazioni spot.
Se l’obiettivo dichiarato è “prevenire il consumo tra i giovani”, la domanda è inevitabile: in che modo il sequestro di 30 grammi — o anche di qualche decina in più raccolti qua e là nei controlli — può incidere concretamente sulle abitudini di consumo? Davvero si pensa che controlli massicci nei luoghi di aggregazione producano un cambiamento culturale o sociale?
Il punto non è negare il principio di legalità. Il punto è interrogarsi sull’efficacia e sulla proporzionalità. Quanto è costata questa operazione in termini di ore di servizio, carburante, mezzi impiegati, straordinari? Quanto personale è stato distolto da altre attività? E quale impatto reale ha avuto tutto questo sul fenomeno dello spaccio o del consumo?
Da decenni la strategia è la stessa: pattugliamenti, sequestri, comunicati. E da decenni il mercato si adatta, si riorganizza, si sposta altrove. Le sostanze continuano a circolare. I giovani continuano a consumare. Cambiano solo i numeri riportati a fine operazione.

Nel frattempo, risorse pubbliche importanti vengono assorbite da interventi che producono soprattutto un effetto mediatico. Si enfatizza “l’efficacia del fiuto dei cani antidroga”, si mostrano le cifre dei controlli, si ribadisce la presenza dello Stato. Ma se davvero l’obiettivo è la tutela della salute pubblica, forse sarebbe il caso di investire con la stessa determinazione in prevenzione, informazione scientifica, supporto psicologico, servizi territoriali e politiche di riduzione del danno.
Altrimenti il rischio è quello di assistere, ancora una volta, a una moderna caccia alle streghe: grande mobilitazione, grande visibilità, piccolo risultato. E soprattutto nessun effetto strutturale.
Il paradosso è evidente: si mobilitano decine di uomini per recuperare un quantitativo che, sul mercato illegale, ha un valore relativamente modesto. È lecito chiedersi se il costo complessivo dell’operazione non superi ampiamente quello della sostanza sequestrata.
Dopo mezzo secolo di “guerra alla droga”, forse il problema non è quante pattuglie servano per trovare 30 grammi nascosti in un tombino. Il problema è continuare a ripetere lo stesso copione aspettandosi risultati diversi.
Perché la sicurezza non si misura nella quantità di divise schierate e nella repressione totale, ma nell’efficacia delle politiche adottate, nell’informazione e nella sensibilizzazione. E su questo, purtroppo, non basta dire “ci risiamo”: servirebbe finalmente cambiare strada, una volta per tutte e in nome del buon senso e della logica.

