Un sistema che avrebbe trasformato le operazioni antidroga in un doppio binario: da una parte gli arresti ufficiali, dall’altra un circuito parallelo di stupefacente sottratto ai sequestri e rimesso sul mercato. È questo il quadro delineato dall’indagine coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia (DIA) della Procura di Roma, che ha portato all’arresto di tre poliziotti in servizio presso il commissariato Salario Parioli.
In manette sono finiti Dario Scascitelli (42 anni), Matteo Vita (39) e Danilo Barberi (52). Secondo l’accusa, gli agenti avrebbero sfruttato la loro posizione per agevolare un’organizzazione dedita al narcotraffico attiva nella Capitale. L’operazione, condotta dalla Direzione Investigativa Antimafia con il supporto di personale della Questura di Roma, dei Carabinieri e della Guardia di Finanza, ha portato complessivamente all’esecuzione di sette misure cautelari.
Il cuore dell’indagine: accessi abusivi e informazioni riservate
Uno degli elementi più gravi contestati agli indagati riguarda l’uso illecito del Sistema di indagine (Sdi), la banca dati delle forze dell’ordine che contiene informazioni sensibili su persone, veicoli e procedimenti investigativi. Secondo gli inquirenti, gli agenti avrebbero effettuato oltre cento accessi non autorizzati, mettendo dati riservati a disposizione di esponenti del gruppo criminale.
Tra i destinatari delle informazioni ci sarebbe Guerino Primavera, ritenuto figura di riferimento nel quartiere Tufello. Anche lui è stato arrestato insieme a Paolo Francesco Barravecchia, Simone Febbi e Giulio Lorenzo Bertinazzi.
Le informazioni fornite avrebbero consentito al gruppo di monitorare movimenti, indagini e attività di altri sodalizi criminali. In alcuni casi, le “soffiate” avrebbero permesso di individuare corrieri della droga appartenenti a gruppi rivali, che venivano poi fermati dagli stessi poliziotti coinvolti nell’inchiesta.
Sequestri “ridotti” e droga rimessa in circolazione
L’indagine, avviata nel 2024, ha ricostruito diversi episodi in cui i quantitativi di stupefacente verbalizzati non coincidevano con quelli effettivamente sequestrati.
Un primo episodio risale a luglio 2024, quando in una cantina a Case Rosse, alle porte di Roma, vennero rinvenuti 13 chili di droga. Nei verbali ufficiali, però, ne comparvero soltanto tre: gli altri dieci sarebbero stati sottratti e successivamente reimmessi sul mercato illegale.
Un secondo episodio, datato 12 settembre, riguarda cinque chili di stupefacente che sarebbero stati consegnati dagli agenti per favorire una compravendita tra due membri dell’organizzazione.
Ancora più significativo l’intervento del 3 ottobre: un furgone proveniente da Fondi venne fermato con a bordo due persone arrestate e un carico di circa 20 chili di cocaina. Anche in questo caso, nei documenti ufficiali risultarono poco più di quattro chili.
Secondo la ricostruzione accusatoria, solo una parte della droga intercettata finiva nei registri giudiziari; la restante veniva ceduta ai trafficanti, alimentando un circuito parallelo di profitto.
Intercettazioni e collaborazione: come è emersa la rete
Determinante per l’inchiesta sarebbe stato il contributo di un collaboratore di giustizia, le cui dichiarazioni hanno trovato riscontro nelle attività tecniche. Gli investigatori hanno utilizzato anche un trojan informatico per intercettare conversazioni, tra cui dialoghi tra Primavera e la moglie, nei quali sarebbero stati discussi dettagli sulle condotte dei poliziotti coinvolti.
Le conversazioni captate avrebbero permesso di delineare con maggiore precisione i ruoli all’interno dell’organizzazione e il meccanismo di scambio: informazioni e coperture in cambio di denaro o droga.
Un danno istituzionale oltre che penale
L’inchiesta non riguarda soltanto un traffico di stupefacenti, ma tocca il nodo della credibilità delle istituzioni. L’uso distorto di strumenti investigativi e banche dati rappresenta, secondo gli inquirenti, un tradimento del mandato affidato agli agenti e un fattore di grave vulnerabilità per l’intero sistema di sicurezza.
Le indagini sono tuttora in corso per accertare l’eventuale esistenza di ulteriori episodi e verificare se vi siano altri soggetti coinvolti. Nel frattempo, il procedimento entra nella fase giudiziaria: le accuse dovranno essere vagliate nelle sedi competenti, nel rispetto del principio di presunzione di innocenza fino a eventuale condanna definitiva.

