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L’approccio verso le droghe è cambiato: l’Europa ci prova, l’Italia guarda

Per decenni il dibattito sulle droghe è stato dominato da un’idea semplice: vietare, reprimere, punire. La cosiddetta “guerra alla droga”, nata soprattutto sotto l’influenza statunitense negli anni Settanta e Ottanta, ha costruito un modello basato sulla criminalizzazione del consumo e sull’inasprimento delle pene. Eppure, dopo mezzo secolo, sempre più governi, amministrazioni locali ed esperti internazionali stanno mettendo in discussione quel paradigma.

La ragione è altrettanto semplice: la repressione non ha eliminato il mercato delle droghe. In molti casi lo ha solo reso più violento, più redditizio e più difficile da controllare.

Negli ultimi anni diversi Paesi hanno iniziato a sperimentare modelli alternativi, spesso fondati su riduzione del danno, prevenzione sanitaria e depenalizzazione del consumo personale. Non si tratta necessariamente di “liberalizzare tutto”, come spesso viene raccontato in modo superficiale, ma di riconoscere che trattare il consumatore come un criminale non ha prodotto i risultati promessi.

Il caso Amsterdam: la provocazione della sindaca Femke Halsema

Il dibattito è tornato al centro dell’attenzione nel 2024, quando Femke Halsema, sindaca di Amsterdam, ha dichiarato apertamente che il modello proibizionista nei confronti della cocaina “non funziona”.

Le sue parole hanno fatto il giro del mondo perché provenivano dalla città simbolo della tolleranza europea sulle droghe leggere. Ma il punto centrale del suo ragionamento era più profondo: secondo Halsema, il proibizionismo sta arricchendo enormemente la criminalità organizzata internazionale, trasformando città portuali europee come Amsterdam o Anversa in snodi del narcotraffico globale.

La sindaca non ha proposto una liberalizzazione indiscriminata della cocaina. Piuttosto, ha aperto una discussione su un tema che fino a pochi anni fa era quasi tabù: se la repressione non riesce a fermare il mercato, ha ancora senso continuare esclusivamente con la strategia penale?

È un approccio pragmatico, non ideologico. E riflette una tendenza crescente in molte democrazie occidentali: spostare il focus dal “punire” al “gestire”.

Il Portogallo: il laboratorio europeo della depenalizzazione

Quando si parla di politiche innovative sulle droghe, il caso più citato resta però il Portogallo.

Nel 2001 Lisbona prese una decisione rivoluzionaria: depenalizzare il possesso per uso personale di tutte le droghe, comprese eroina e cocaina.

Molti, all’epoca, predissero un disastro. Si immaginava un’esplosione dei consumi e una trasformazione del Paese in una sorta di “paradiso della droga”. Nulla di tutto questo è accaduto.

Il Portogallo non ha legalizzato il traffico né la vendita delle sostanze. Lo spaccio continua a essere illegale. Ma chi viene trovato con quantità considerate per uso personale non finisce automaticamente nel circuito penale: viene indirizzato verso commissioni sanitarie e sociali.

L’idea alla base del modello portoghese è che la dipendenza sia innanzitutto una questione di salute pubblica.

I risultati vengono ancora oggi studiati in tutto il mondo:

  • riduzione delle morti per overdose;
  • calo delle infezioni da HIV legate all’uso di siringhe;
  • alleggerimento del sistema carcerario;
  • maggiore accesso ai percorsi terapeutici.

Il punto fondamentale è che il Portogallo non ha “normalizzato” le droghe. Ha semplicemente smesso di trattare il consumatore come un nemico dello Stato.

Svizzera: quando la riduzione del danno salva vite

Anche la Svizzera rappresenta un esempio importante.

Negli anni Novanta il Paese affrontò una grave crisi legata all’eroina. Invece di limitarsi all’approccio repressivo, le autorità svizzere introdussero politiche molto controverse per l’epoca:

  • stanze del consumo controllato;
  • distribuzione sterile di siringhe;
  • programmi di assistenza medica;
  • persino terapia con eroina sotto controllo sanitario per i casi più gravi.

Anche qui il principio era pragmatico: se non si riesce a eliminare completamente il fenomeno, bisogna almeno ridurre morti, malattie e marginalità sociale.

Oggi il modello svizzero è considerato uno dei più efficaci in Europa nella gestione delle dipendenze pesanti.

droghe

Oregon: l’esperimento americano e i suoi limiti

Negli Stati Uniti il caso più discusso è stato quello dell’Oregon.

Nel 2020 lo Stato approvò una legge che depenalizzava il possesso di piccole quantità di tutte le droghe. L’obiettivo era simile a quello portoghese: trattare il consumo problematico come un tema sanitario e non criminale.

L’esperimento però ha incontrato enormi difficoltà:

  • servizi sanitari insufficienti;
  • aumento percepito del degrado urbano;
  • crisi del fentanyl negli USA;
  • forte polarizzazione politica.

Nel 2024 gran parte della riforma è stata ridimensionata e il possesso di droghe pesanti è tornato a essere un reato minore.

Ma il caso Oregon dimostra anche un altro aspetto importante: depenalizzare senza investire seriamente in sanità, assistenza e prevenzione rischia di essere insufficiente.

Cannabis legale: Uruguay, Canada e Germania

Nel frattempo altri Paesi hanno scelto una strada diversa, limitata però soprattutto alla cannabis.

L’Uruguay è stato il primo Stato al mondo a legalizzare completamente la marijuana nel 2013. Successivamente lo ha fatto anche il Canada nel 2018.

In entrambi i casi lo Stato ha cercato di sottrarre il mercato alle organizzazioni criminali attraverso produzione regolamentata, controlli sanitari e tassazione.

A questa lista si è aggiunta recentemente anche la Germania. Dal 2024 Berlino ha approvato una riforma che legalizza il possesso personale di cannabis entro determinati limiti e consente la coltivazione domestica e i cosiddetti “cannabis club”, associazioni autorizzate alla coltivazione collettiva per i soci.

Anche in questo caso il ragionamento è stato pragmatico: milioni di persone consumano cannabis nonostante il divieto, e lasciare completamente il mercato in mano alla criminalità organizzata significa rinunciare a qualsiasi controllo reale sulla qualità delle sostanze, sulla prevenzione e sulla sicurezza.

La Germania non ha creato un libero mercato totale della cannabis come alcuni Stati americani, ma ha comunque segnato una svolta storica per l’Europa, dimostrando che persino una delle principali economie del continente sta iniziando a superare il paradigma puramente repressivo.

E in Italia? Si chiudono gli occhi

In questo scenario internazionale, l’Italia appare sempre più ancorata a un modello novecentesco.

Il dibattito pubblico italiano sulle droghe è ancora dominato quasi esclusivamente dalla logica repressiva. La politica continua spesso a oscillare tra slogan securitari e approcci emergenziali, mentre il confronto scientifico rimane marginale.

Eppure l’Italia convive da decenni con:

  • un enorme mercato illegale;
  • mafie fortissime nel narcotraffico;
  • sovraffollamento carcerario;
  • criminalizzazione diffusa del consumo;
  • scarsissimi investimenti strutturali sulla riduzione del danno.

Il paradosso è evidente: il proibizionismo non ha eliminato né il consumo né il traffico. Ha però contribuito a lasciare interi pezzi del mercato nelle mani della criminalità organizzata.

Mentre altri Paesi discutono di regolamentazione, assistenza sanitaria e gestione pragmatica del fenomeno, in Italia il tema resta spesso imprigionato in una narrazione moralistica, dove distinguere tra consumatore, dipendenza e criminalità sembra ancora difficile.

Questo non significa che esista una soluzione perfetta o che tutti i modelli alternativi abbiano funzionato senza problemi. Il caso Oregon dimostra il contrario. Ma una differenza è ormai evidente: molti Paesi stanno almeno cercando nuove strade.

L’Italia, invece, continua in gran parte a ripetere una strategia che da cinquant’anni produce risultati limitati, senza riuscire né a ridurre il mercato delle droghe né a indebolire davvero le organizzazioni criminali che lo controllano.

Ed è forse proprio questo il vero punto del dibattito moderno sulle droghe: non chiedersi se le sostanze siano “buone” o “cattive”, ma capire quale modello produca meno violenza, meno morti, meno marginalità e meno potere per le mafie.

Fonti

Global Commission on Drug PolicyFinancial Times – intervista a Femke HalsemaReutersTransform Drug Policy Foundation – Portugal Drug PolicyEuropean Monitoring Centre for Drugs and Drug Addiction (EMCDDA)Cato Institute – Drug Decriminalization in PortugalSwiss Federal Office of Public HealthHarm Reduction InternationalThe LancetOregon Ballot Measure 110Oregon Public Broadcasting (OPB)Drug Policy AllianceGovernment of UruguayBBC News – Uruguay cannabis legalizationGovernment of Canada – Cannabis ActGerman Federal Government – Cannabis Law 2024Deutsche Welle – Germany cannabis reformUnited Nations Office on Drugs and Crime (UNODC)Global Commission on Drug PolicyThe Economist – Drug policy analysis #droghe #droghe

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Autore

  • Classe 1992, vive in Veneto. Spirito critico. Appassionato di giornalismo ed esperto di canapa. Formazione in Cannabinologia presso Cannabiscienza  c/o Università degli Studi di Padova. Fondatore di Spazio Canapa e di salutedicanapa.it.

Classe 1992, vive in Veneto. Spirito critico. Appassionato di giornalismo ed esperto di canapa. Formazione in Cannabinologia presso Cannabiscienza  c/o Università degli Studi di Padova. Fondatore di Spazio Canapa e di salutedicanapa.it.