Il 14 ottobre 2007, nel carcere di Capanne a Perugia, moriva Aldo Bianzino. Aveva 44 anni, faceva il falegname e fino a due giorni prima viveva con la compagna Roberta Radici e il figlio Rudra, allora quattordicenne. Era stato arrestato il 12 ottobre dopo una perquisizione nella sua abitazione di Pietralunga, dove erano state trovate alcune piante di cannabis. Quarantotto ore dopo, quell’uomo non sarebbe più tornato a casa.
Sono trascorsi diciannove anni, ma le domande sulla sua morte non hanno ancora trovato una risposta capace di convincere la famiglia. E la vicenda continua a interrogare lo Stato su ciò che accade quando una persona viene privata della libertà e affidata alla custodia delle istituzioni.
Dall’arresto alle lesioni riscontrate sul corpo
L’arresto avvenne negli anni della legge Fini-Giovanardi, che aveva equiparato il trattamento sanzionatorio della cannabis a quello delle sostanze considerate più pericolose. Una normativa poi dichiarata incostituzionale nel 2014 per vizi nel procedimento legislativo.
Non si trattava di un’indagine su una grande organizzazione criminale: al centro della vicenda c’era una coltivazione di poche piante. La quantità contestata non rendeva automaticamente lecita la coltivazione, ma resta legittimo chiedersi se fosse proporzionato l’immediato ingresso in carcere prima dell’udienza di convalida.
Bianzino fu condotto in carcere insieme alla compagna, dalla quale venne separato. Il 14 ottobre fu trovato senza vita nella propria cella. I primi accertamenti non individuarono segni evidenti di aggressione esterna, ma gli esami successivi rilevarono lesioni interne, comprese quelle al fegato e al cervello, sulle quali si aprì un duro confronto medico-legale.

Secondo la ricostruzione accolta nell’indagine archiviata, il decesso era riconducibile alla rottura di un aneurisma cerebrale; alcune lesioni sarebbero state compatibili con le manovre di rianimazione. I consulenti della famiglia hanno invece contestato questa interpretazione. Nel 2018 furono presentate nuove perizie secondo cui l’emorragia cerebrale e la lesione epatica potevano derivare da un evento traumatico precedente alla morte.
Queste conclusioni non equivalgono a una sentenza che accerti un pestaggio. Ma spiegano perché, per i familiari, l’archiviazione dell’ipotesi di omicidio non abbia chiuso ogni interrogativo. Rimangono centrali l’origine delle lesioni, la ricostruzione delle ultime ore di vita e la tempestività degli interventi di assistenza.
Una condanna, ma non la risposta a tutte le domande
Sarebbe inesatto sostenere che nessuno sia mai stato condannato. Nel 2015 la Cassazione confermò infatti un anno di reclusione per omissione di soccorso a un agente della polizia penitenziaria. Una decisione importante, che riconobbe una responsabilità nella gestione dell’emergenza, senza però stabilire che Bianzino fosse stato ucciso da qualcuno.
La ricerca della verità è proseguita soprattutto grazie a Rudra. Dopo la morte della madre Roberta nel 2009, è stato lui a portare avanti una battaglia iniziata quando era ancora un adolescente.
Dopo il tentativo del 2018, nel novembre 2025 il figlio ha annunciato una nuova richiesta di riapertura delle indagini per omicidio volontario alla Procura di Perugia. Non una prova di colpevolezza, ma la richiesta di verificare gli aspetti che ritiene ancora irrisolti.
Il pensiero corre inevitabilmente a Stefano Cucchi, morto nel 2009 dopo l’arresto. Le due storie hanno esiti giudiziari diversi e non possono essere sovrapposte: per Cucchi sono arrivate condanne per omicidio preterintenzionale, mentre nel caso Bianzino non è stata giudizialmente accertata una violenza mortale. A unirle è una domanda essenziale: quanto vale la vita di chi entra sotto la custodia dello Stato?
Una persona arrestata non perde il diritto alla salute, alla sicurezza, al soccorso e alla dignità. La responsabilità delle istituzioni non comincia quando si scopre un reato commesso da un agente: comincia nel momento stesso in cui viene chiusa la porta di una cella.
Diciannove anni dopo, ricordare Aldo Bianzino significa chiedere risposte verificabili, non inventare colpevoli. Perché la giustizia non può fermarsi davanti alle sbarre, e il silenzio non può diventare una risposta.
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Fonti e approfondimenti
Senato della Repubblica – Interrogazione parlamentare sulla morte di Aldo Bianzino (2007) – Corte costituzionale – Sentenza n. 32/2014 sulla legge Fini-Giovanardi – ANSA – Caso Bianzino, confermata dalla Cassazione la condanna per omissione di soccorso (2015) – ANSA – Famiglia Bianzino, nuove perizie sulle lesioni e richiesta di riapertura delle indagini (2018) – Corriere della Sera – Aldo Bianzino, il figlio Rudra presenta una nuova richiesta di riapertura delle indagini (2025) – RaiNews – Caso Stefano Cucchi, due carabinieri condannati definitivamente a 12 anni per omicidio preterintenzionale (2022)

