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“Lo abbiamo bastonato di brutto”: 21 anni fa quattro agenti di Polizia uccisero Federico Aldrovandi

Era la notte del 25 settembre 2005, una notte qualsiasi a Ferrara. Federico Aldrovandi, appena diciottenne, rientrava a casa dopo una serata con amici. Era un ragazzo come tanti: passioni semplici, la musica, i sogni di un futuro da costruire. Non un delinquente, non un “caso sociale”. Solo un giovane che quella notte incrociò il lato più oscuro dello Stato: quello delle forze dell’ordine che avrebbero dovuto proteggerlo.

Un incontro che si trasformò in tragedia. Poco dopo le 5 del mattino, due volanti della polizia, allertate da una segnalazione, si fermarono davanti a Federico. Quello che doveva essere un normale controllo degenerò in una violenza cieca: prima due agenti, poi altri due colleghi, circondarono il ragazzo. La colluttazione durò diversi minuti. Federico venne schiacciato a terra, immobilizzato con le ginocchia sul petto e colpito ripetutamente con i manganelli, tanto che uno di questi si spezzò. I testimoni della zona riferirono urla disperate e un ragazzo che chiedeva aiuto. Alle prime luci dell’alba, Federico era esanime: morto a terra, con il volto tumefatto e il corpo martoriato.

La prima verità nascosta: il malore che non c’era

Poche ore dopo la sua morte, la versione ufficiale che trapelò fu disarmante: Federico era morto di un malore, probabilmente per “l’effetto di sostanze stupefacenti”. Una narrazione fredda, chirurgica, utile a liquidare in fretta la faccenda. Un ragazzo problematico che si era fatto del male da solo: questo era il messaggio che le prime relazioni volevano trasmettere.

Ma i segni sul corpo di Federico raccontavano un’altra storia: ematomi, lesioni interne, segni di compressione toracica, tracce di un confronto violento e sproporzionato. Eppure, in quelle ore cruciali, si tentò di minimizzare. Ci furono omissioni nei verbali, contraddizioni nelle testimonianze degli agenti, perfino ritardi nel fornire informazioni chiare alla famiglia.

Il sospetto di un depistaggio si fece presto evidente: si voleva proteggere la divisa, costruendo un racconto che spostasse la colpa sul ragazzo stesso. Un meccanismo collaudato: ribaltare i ruoli, trasformare la vittima in colpevole e gli aggressori in difensori della legge.

La battaglia giudiziaria: anni di dolore, ma la verità emerge

La famiglia Aldrovandi non accettò quella versione accomodante. La madre, Patrizia Moretti, si fece portavoce di una battaglia civile e giudiziaria che durò anni. Senza la sua ostinazione, la vicenda di Federico sarebbe rimasta una delle tante morti “archiviate” sotto la voce “malore”.

Le indagini portarono a una verità inconfutabile: Federico non morì per le sostanze, ma per asfissia posturale e politraumi causati dall’intervento violento della polizia. Nel 2009, la Corte d’Assise di Ferrara condannò i quattro agenti – Monica Segatto, Enzo Pontani, Paolo Forlani e Luca Pollastri – a 3 anni e 6 mesi di reclusione per eccesso colposo nell’uso legittimo delle armi.

Fece molto clamore la frase di uno degli agenti registrata mentre comunicava con un altro collega:
“LO ABBIAMO BASTONATO DI BRUTTO”.

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I quattro agenti responsabili della morte di Federico Aldrovandi

La sentenza fece rumore: in Italia, raramente agenti di polizia vengono condannati per abusi mortali. Le difese provarono a ribaltare tutto in appello, ma nel 2012 la Cassazione confermò la condanna. Una sentenza storica che certificava, finalmente, la verità: Federico non era morto da solo, era stato ucciso da chi avrebbe dovuto proteggerlo.

L’Italia divisa e le ferite aperte

La vicenda esplose nell’opinione pubblica, dividendo il Paese. Da una parte, chi difendeva “l’onore delle forze dell’ordine”, sostenendo che gli agenti avessero agito sotto pressione, in una situazione difficile. Dall’altra, chi denunciava un abuso di potere intollerabile e chiedeva giustizia.

La famiglia di Federico pagò un prezzo altissimo. Patrizia Moretti subì insulti e delegittimazioni: venne accusata di voler infangare la polizia, di cavalcare la tragedia. Eppure, la realtà era scritta nero su bianco nelle sentenze: quattro agenti di polizia avevano superato ogni limite, e un ragazzo di 18 anni non era più vivo.

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Il corpo di Federico Aldrovandi dopo il pestaggio

Lo Stato, pur condannando i colpevoli, non ha mai dato una risposta davvero definitiva sul perché e sul come sia potuto accadere. Gli agenti, dopo aver scontato brevi periodi di detenzione, tornarono in servizio, scatenando polemiche che ancora oggi dividono l’opinione pubblica.

Memoria e domande senza risposta

Oggi, il nome di Federico Aldrovandi è diventato un simbolo. Murales, piazze intitolate, manifestazioni: la sua memoria continua a vivere. Ogni anno, la sua storia viene ricordata come monito contro gli abusi di potere e l’omertà delle istituzioni.

Ma le domande restano: quante altre volte la verità è stata nascosta? Quanti altri casi sono stati liquidati come “malore” o “incidente”? La vicenda Aldrovandi ha squarciato un velo su una realtà scomoda: l’Italia non è immune da violenze istituzionali e tentativi di insabbiamento.

Federico, con i suoi 18 anni appena vissuti, ci ricorda una verità semplice e terribile: chi indossa una divisa ha il dovere di proteggere, non di distruggere. E se ciò accade, non può esserci silenzio né dimenticanza.

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Autore

  • Classe 1992, imprenditore Veneto. Spirito critico. Giornalista per passione ed esperto del settore canapicolo. Formazione in Cannabinologia presso Cannabiscienza  c/o Università degli Studi di Padova. Master in Cannabis Medica Veterinaria presso Cannabiscienza. Direttore editoriale di Spazio Canapa.