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Giudici e scienza dalla parte degli imprenditori: il governo conduce una battaglia già persa

Sembrava destinata a essere la stretta definitiva su un settore che negli ultimi anni aveva trovato spazio e mercato: la cannabis light. Con l’articolo 18 del Decreto Sicurezza, il Governo aveva scelto di includere in un’unica categoria tutte le infiorescenze di canapa, senza distinguere tra quelle con effetti psicotropi e quelle prive di “efficacia drogante”. L’obiettivo era chiaro: azzerare la filiera commerciale legata al CBD, facendo leva sul presupposto della pericolosità sociale. Ma la realtà, dentro le aule di tribunale, racconta un’altra storia: la linea dura si sta scontrando con i principi del diritto e con le evidenze scientifiche, trasformandosi in un boomerang politico e giudiziario.

Un episodio emblematico si è verificato in Puglia, dove un agricoltore è stato arrestato con l’accusa di detenzione ai fini di spaccio, dopo il sequestro di 460 chilogrammi di canapa. Un’operazione che aveva fatto immaginare un colpo significativo contro il traffico di stupefacenti. Tuttavia, i risultati delle analisi hanno rivelato l’assenza di sostanze psicotrope in quantità rilevante: il THC era inferiore alla soglia stabilita dalla legge, mentre prevaleva il CBD, il principio attivo non psicoattivo. Di fronte a questa evidenza, il giudice ha ordinato la scarcerazione immediata, ridimensionando quello che sembrava un successo investigativo. Il caso ha evidenziato una frattura crescente: da un lato procure e forze dell’ordine che applicano rigidamente la norma, dall’altro magistrati che la reinterpretano o addirittura la disapplicano quando manca la sostanza drogante.

Negli ultimi mesi si sono moltiplicati episodi simili in diverse regioni italiane. Gli arresti non vengono convalidati, i sequestri vengono annullati e gli imputati assolti. Le motivazioni delle sentenze ruotano attorno a un concetto consolidato: non può esistere reato se non c’è un’offesa concreta, e nel caso della cannabis light l’elemento essenziale – l’effetto psicotropo – è assente. Una posizione che non nasce solo dal buon senso, ma da decenni di giurisprudenza penale e da un principio costituzionale fondamentale: il diritto penale deve intervenire solo in presenza di un pericolo reale e dimostrabile, non di ipotesi astratte.

Questo approccio dei giudici non è isolato, ma trova eco anche nelle valutazioni della Corte di Cassazione, che in una relazione recente ha indicato una via interpretativa ben precisa. Secondo i magistrati di legittimità, l’articolo 18 può essere considerato compatibile con l’ordinamento solo se applicato alla canapa con un contenuto di THC superiore allo 0,5%. In sostanza, la norma non dovrebbe toccare la cannabis light, perché priva delle caratteristiche necessarie a produrre un’alterazione psicofisica. Un’indicazione che mette in discussione l’impianto normativo stesso, rivelandone la fragilità giuridica e i possibili contrasti con la Costituzione e con il diritto europeo.

Oltre al piano legale, il nodo centrale riguarda l’enorme dispendio di risorse pubbliche. Arresti, perquisizioni, sequestri e processi comportano costi altissimi in termini di tempo e denaro. Ogni fascicolo aperto, che spesso si conclude con un’assoluzione, sottrae energie investigative a indagini più rilevanti per la sicurezza dei cittadini. Le forze dell’ordine si trovano a presidiare un settore che, secondo scienza e diritto, non costituisce un pericolo concreto. È un meccanismo che genera un vero e proprio cortocircuito: uno Stato che combatte una battaglia costosa e, nei fatti, inutile.

A pagarne le conseguenze, però, non è solo la collettività attraverso lo spreco di risorse, ma anche un’intera filiera economica. La coltivazione della canapa industriale era stata promossa da una legge del 2016, con l’intento di favorire un comparto agricolo sostenibile e innovativo. In pochi anni erano nate aziende agricole, negozi specializzati e attività di trasformazione che avevano dato lavoro a migliaia di persone. La stretta normativa ha gettato queste realtà nell’incertezza, rallentando gli investimenti e minando la credibilità di un mercato che, altrove in Europa, continua a crescere senza ostacoli.

Gli esperti del settore, come l’avvocato Giacomo Bulleri, sottolineano come una soluzione semplice esista: introdurre test rapidi per la misurazione del THC, strumenti già utilizzati in altri Paesi. In pochi minuti sarebbe possibile distinguere tra cannabis legale e sostanze stupefacenti, evitando sequestri infondati e arresti traumatici. Sarebbe un modo per riportare razionalità nella gestione del fenomeno, liberare tribunali e procure da carichi inutili e consentire alle imprese di lavorare in un contesto chiaro e legittimo.

Il paradosso della cannabis light in Italia fotografa, in definitiva, uno scontro tra ideologia e realtà. Da una parte la retorica politica, che parla di “droga di Stato” e di pericolo sociale; dall’altra la giustizia, la scienza e i dati che raccontano un’altra verità: senza effetto drogante, non esiste alcun reato. Continuare a perseguire un prodotto legale rischia di trasformarsi non solo in un fallimento politico, ma anche in un danno strutturale per il Paese, che investe risorse per combattere un nemico inesistente mentre lascia scoperte le vere priorità della sicurezza pubblica.

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    Un lavoro condiviso di ricerca, approfondimento, verifica delle fonti e confronto sui temi legati alla canapa, alla cannabis, alla salute, alla ricerca scientifica, alla normativa e all’attualità del settore.

    L’obiettivo è offrire un’informazione indipendente, libera, documentata e accessibile, dando spazio ai fatti e alle diverse prospettive che caratterizzano il dibattito sul tema. Responsabile delle pubblicazioni, il direttore editoriale Roberto D'Aponte