Una nuova ricerca condotta dall’Università di Ginevra mette in discussione questa convinzione e suggerisce uno scenario più complesso di quanto ipotizzato finora.
L'informazione
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Una nuova ricerca condotta dall’Università di Ginevra mette in discussione questa convinzione e suggerisce uno scenario più complesso di quanto ipotizzato finora.

Ogni anno l’Italia continua a rinunciare a un’enorme quantità di risorse economiche mantenendo il mercato della cannabis nell’illegalità.

Una ricerca condotta dalla Brown University e pubblicata su The American Journal of Psychiatry suggerisce che l’inalazione di cannabis con THC potrebbe contribuire, nel breve periodo, a diminuire il consumo di alcol tra persone che bevono abitualmente in modo intenso.

La resistenza agli antibiotici è una delle emergenze sanitarie più …

L’industria globale della cannabis sta attraversando una profonda fase di evoluzione, spinta dall’integrazione sempre più diffusa dell’intelligenza artificiale nei processi produttivi e decisionali. Le più recenti ricerche scientifiche mostrano come tecnologie basate su machine learning, automazione e analisi avanzata dei dati stiano ridefinendo l’intera filiera, dalla coltivazione fino alle applicazioni terapeutiche.

Per molti anni si è diffusa l’idea che la cannabis “bruci” le cellule cerebrali, causando danni irreversibili al cervello. Questa convinzione, spesso ripetuta in contesti educativi e mediatici, è diventata quasi un luogo comune. Tuttavia, quando si analizzano le fonti scientifiche e divulgative più affidabili, emerge un quadro molto diverso, più complesso e, in parte, sorprendente.

Per decenni si è sostenuto che l’uso di cannabis rappresenti una sorta di “porta d’ingresso” verso droghe più pesanti. Questa idea, conosciuta come “teoria del passaggio”, ha influenzato leggi, campagne di prevenzione e immaginario collettivo. Eppure, le basi empiriche su cui poggia appaiono sempre più fragili.

Un recente approfondimento scientifico apre nuove prospettive nel trattamento delle malattie neurodegenerative, mettendo in evidenza il valore di alcuni cannabinoidi meno conosciuti presenti nella cannabis.

Nonostante le numerose terapie disponibili, molti pazienti continuano a soffrire a causa dell’inefficacia o degli effetti collaterali dei trattamenti tradizionali. Negli ultimi anni, il cannabidiolo (CBD), principio attivo non psicoattivo della cannabis, ha attirato crescente interesse come possibile coadiuvante naturale grazie alle sue note proprietà antinfiammatorie e analgesiche.

Il rapporto dell’ANSES (Agenzia francese per la sicurezza sanitaria), redatto a supporto dell’ECHA (Agenzia europea per le sostanze chimiche), che propone la classificazione del cannabidiolo (CBD) come ‘sospetto tossico per la riproduzione’, ha suscitato numerose critiche e sollevato dubbi sulla sua solidità scientifica e coerenza metodologica.