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Dronabinol: il farmaco a base di THC che potrebbe risultare efficace contro gli incubi dovuti da PTSD

Per chi convive con il disturbo da stress post-traumatico (PTSD), andare a dormire può trasformarsi in uno dei momenti più difficili della giornata. Gli incubi ricorrenti rappresentano infatti uno dei sintomi più invalidanti di questa condizione: spesso ripropongono il trauma vissuto con un’intensità tale da provocare risvegli improvvisi, ansia, paura di addormentarsi e un sonno estremamente frammentato. Nel tempo, questa situazione può compromettere il benessere psicofisico, influenzando il lavoro, le relazioni e la qualità della vita.

Una nuova ricerca pubblicata sulla rivista Nature Medicine suggerisce che il dronabinol, un farmaco a base di THC sintetico, potrebbe offrire un aiuto concreto proprio contro questo specifico sintomo. I risultati sono promettenti, ma gli stessi ricercatori invitano alla prudenza: non si tratta di una cura per il PTSD, né di un via libera all’utilizzo autonomo della cannabis.

Lo studio: meno incubi dopo dieci settimane di trattamento

La ricerca ha coinvolto 171 adulti con diagnosi di disturbo da stress post-traumatico accompagnato da frequenti incubi. I partecipanti sono stati suddivisi casualmente in due gruppi: 87 persone hanno ricevuto il dronabinol, mentre 84 hanno assunto un placebo identico nell’aspetto e nella modalità di somministrazione. Né i pazienti né i ricercatori sapevano chi stesse assumendo il farmaco, secondo il classico schema degli studi clinici randomizzati in doppio cieco.

Il trattamento è durato dieci settimane. La dose iniziale era di 2,5 milligrammi prima di coricarsi, con un incremento graduale fino a un massimo di 15 milligrammi in base alla tollerabilità individuale.

DRONABINOL

Al termine dello studio, il gruppo trattato con dronabinol ha mostrato un miglioramento significativamente superiore rispetto al placebo. Utilizzando una scala clinica che misura frequenza e intensità degli incubi, il punteggio medio si è ridotto di 3,7 punti nel gruppo trattato contro i 2,2 punti registrati nel gruppo placebo.

Il dato forse più interessante riguarda i risultati clinici osservati nei singoli pazienti: oltre un terzo delle persone trattate ha riferito la completa scomparsa degli incubi al termine delle dieci settimane, mentre circa un ulteriore 21% ha riportato una riduzione di almeno il 50% della loro frequenza o intensità. Inoltre, circa cinque partecipanti su sei hanno dichiarato di percepire un miglioramento generale del proprio stato di salute.

Perché il THC potrebbe influenzare gli incubi?

Il dronabinol contiene delta-9-tetraidrocannabinolo (THC) in forma farmaceutica standardizzata. Diversamente dalla cannabis utilizzata a scopo ricreativo o terapeutico, il medicinale viene prodotto con dosaggi precisi, viene assunto sotto controllo medico e consente di conoscere esattamente la quantità di principio attivo somministrata.

Gli studiosi ritengono che il beneficio possa essere legato all’azione del THC sul sistema endocannabinoide, un complesso sistema biologico coinvolto nella regolazione del sonno, delle emozioni, della memoria e della risposta allo stress.

Una delle ipotesi è che il farmaco possa modulare i processi cerebrali che avvengono durante la fase REM, quella in cui si verificano la maggior parte dei sogni. Riducendo l’attivazione delle memorie traumatiche e delle risposte di allarme, il dronabinol potrebbe diminuire la probabilità che il trauma venga rivissuto durante il sonno.

È importante sottolineare, però, che lo studio non dimostra direttamente questo meccanismo biologico. I ricercatori hanno osservato un miglioramento clinico dei sintomi, ma saranno necessari ulteriori studi per comprendere con precisione come il farmaco eserciti questi effetti.

Non è una cura del PTSD

Nonostante i risultati incoraggianti, lo studio evidenzia anche alcuni limiti importanti.

La riduzione degli incubi non si è tradotta automaticamente in un miglioramento complessivo del disturbo da stress post-traumatico. I sintomi caratteristici del PTSD — come i ricordi intrusivi, l’ipervigilanza, l’evitamento delle situazioni associate al trauma e le alterazioni dell’umore — non hanno mostrato un beneficio sufficientemente evidente da poter considerare il dronabinol una terapia risolutiva.

Anche la depressione frequentemente associata al PTSD non ha registrato miglioramenti conclusivi.

Per questo motivo gli autori ribadiscono che le psicoterapie specifiche per il trauma continuano a rappresentare il trattamento di riferimento. Il dronabinol potrebbe eventualmente diventare, se confermato da ulteriori studi, un’opzione terapeutica complementare destinata ad alleviare uno dei sintomi più debilitanti della malattia: gli incubi persistenti.

Sicurezza: risultati promettenti, ma serve ancora cautela

Anche il profilo di sicurezza richiede ulteriori approfondimenti.

Gli effetti indesiderati sono stati frequenti in entrambi i gruppi dello studio, sebbene leggermente più comuni tra i pazienti che assumevano il dronabinol. I disturbi riportati più spesso comprendevano capogiri, mal di testa e aumento dell’appetito.

Il numero di partecipanti che ha interrotto il trattamento a causa degli effetti collaterali è stato simile nei due gruppi, suggerendo una tollerabilità complessivamente accettabile nel breve periodo.

Lo studio segnala però anche alcuni eventi avversi gravi verificatisi esclusivamente tra i partecipanti trattati con dronabinol. Questo dato non dimostra necessariamente un rapporto diretto di causa-effetto con il farmaco, ma evidenzia la necessità di raccogliere ulteriori dati prima di definirne con precisione il profilo di sicurezza.

Un altro limite riguarda la durata della sperimentazione. Dieci settimane rappresentano un periodo relativamente breve e non consentono di stabilire se i benefici si mantengano nel tempo, se possa svilupparsi tolleranza oppure quali possano essere gli eventuali effetti di un utilizzo prolungato.

Nel complesso, la ricerca offre un’interessante prospettiva per il trattamento degli incubi associati al disturbo da stress post-traumatico. Tuttavia, i risultati non autorizzano a considerare il THC una cura del PTSD né giustificano l’automedicazione con cannabis. Il messaggio principale dello studio è piuttosto che un farmaco standardizzato a base di THC potrebbe, in futuro, diventare uno strumento aggiuntivo per migliorare la qualità del sonno di alcuni pazienti, sempre all’interno di un percorso terapeutico supervisionato da professionisti sanitari.

Studio di Nature Medicine

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#dronabinol

Autore

  • Classe 1992, imprenditore Veneto. Spirito critico. Giornalista per passione ed esperto del settore Canapa. Formazione in Cannabinologia presso Cannabiscienza  c/o Università degli Studi di Padova. Master in Cannabis Medica Veterinaria presso Cannabiscienza. Direttore di Spazio Canapa.

Classe 1992, imprenditore Veneto. Spirito critico. Giornalista per passione ed esperto del settore Canapa. Formazione in Cannabinologia presso Cannabiscienza  c/o Università degli Studi di Padova. Master in Cannabis Medica Veterinaria presso Cannabiscienza. Direttore di Spazio Canapa.