Nei giorni scorsi, questa notizia ha rapidamente conquistato le prime pagine dei principali quotidiani online italiani, diventando virale nel giro di poche ore: nel napoletano, tre giovani, di età compresa tra i 17 e i 22 anni, avrebbero accusato un grave malore dopo aver consumato il cosiddetto “miele dello sballo”, acquistato online.
Secondo le prime analisi, il prodotto sarebbe risultato positivo ai cannabinoidi. Il più giovane dei tre, stando alle informazioni diffuse finora, verserebbe in condizioni critiche e starebbe lottando tra la vita e la morte.
Secondo gli investigatori, la sostanza coinvolta potrebbe essere il cosiddetto “wax”, un estratto di cannabis ad altissima concentrazione di THC ottenuto dai fiori della pianta.
Al momento, tuttavia, molti aspetti della vicenda restano ancora da chiarire: non sono note né l’esatta concentrazione della sostanza presente nel prodotto, né le modalità, il contesto del consumo e nemmeno l’eventuale quantità di residui tossici che potrebbero essere rimasti all’interno del prodotto dopo la lavorazione. Inoltre, non è stato ancora accertato se i ragazzi abbiano assunto altre sostanze contemporaneamente.
Nonostante ci siano ancora molti punti da chiarire, l’allarmismo dei media non si è fatto attendere.
Partiamo da una premessa molto semplice: allo stato attuale non sono emersi ulteriori aggiornamenti in grado di chiarire con certezza quanto accaduto.
In questo articolo, quindi, non ci concentreremo sulle ipotesi o sulle ricostruzioni dei fatti, ma su ciò che è possibile affermare sulla base delle evidenze disponibili. In particolare, analizzeremo cosa dice la letteratura scientifica sugli estratti comunemente noti come “wax”.
Wax, shatter, budder, crumble e dabs
Negli ultimi dieci anni il mercato della cannabis ha subito una trasformazione radicale. Se per decenni il consumatore medio entrava in contatto con infiorescenze contenenti dal 5% al 20% di THC, oggi sono ampiamente disponibili concentrati come wax, shatter, budder, crumble e dabs che possono superare il 70-90% di THC.
Questo cambiamento ha aperto un dibattito scientifico importante. La domanda non è più semplicemente se la cannabis sia rischiosa o meno, ma se l’enorme aumento della concentrazione di THC abbia modificato in modo sostanziale il profilo di rischio della sostanza.
Il problema non è la cannabis, ma la dose
Dal punto di vista farmacologico il THC agisce principalmente sui recettori cannabinoidi CB1 distribuiti in numerose aree cerebrali coinvolte nella memoria, nell’attenzione, nella percezione e nella regolazione delle emozioni.
Per comprendere il problema dei concentrati bisogna partire da un principio fondamentale della tossicologia: quasi ogni sostanza cambia comportamento al variare della dose.
Un consumatore che fuma 0,3 grammi di cannabis al 15% di THC assume circa 45 milligrammi di THC teorici. Con la stessa quantità di wax all’80% la quantità teorica sale a circa 240 milligrammi.
Non si tratta quindi di una differenza marginale, ma di un’esposizione multipla allo stesso principio attivo. Molti degli effetti osservati nei consumatori di concentrati sembrano derivare proprio da questo salto quantitativo.
Il cervello umano
La cannabis tradizionale utilizzata per gran parte della storia umana aveva concentrazioni relativamente modeste di THC. I concentrati moderni rappresentano qualcosa di biologicamente nuovo.
Le tecniche di estrazione permettono infatti di isolare e concentrare il THC fino a livelli che raramente si osservano in natura.
Dal punto di vista neurobiologico ciò significa una stimolazione molto intensa dei recettori cannabinoidi cerebrali, con effetti più rapidi, più forti e spesso meno prevedibili.
Alcuni ricercatori hanno paragonato questa evoluzione a quanto avvenuto con altre sostanze: la differenza tra foglia di coca e cocaina non è soltanto quantitativa, ma riguarda anche la velocità e l’intensità con cui il principio attivo raggiunge il cervello.
Naturalmente il paragone non implica che il wax abbia la stessa pericolosità della cocaina, ma aiuta a comprendere perché la concentrazione della sostanza sia rilevante.
Psicosi: il rischio più documentato?
Fra tutti gli effetti studiati, quello che presenta l’evidenza più robusta riguarda il rapporto tra THC ad alta potenza e psicosi.
Diversi studi epidemiologici hanno mostrato una relazione dose-risposta: all’aumentare della frequenza d’uso e della concentrazione di THC aumenta anche il rischio di sviluppare sintomi psicotici.
Per psicosi si intendono fenomeni come paranoia intensa, convinzioni deliranti, alterazioni profonde della percezione della realtà, allucinazioni e pensiero disorganizzato.
È importante precisare che la maggior parte dei consumatori non svilupperà nessun tipo di psicosi.
Tuttavia la letteratura suggerisce che le persone geneticamente vulnerabili possano anticipare o facilitare la comparsa di disturbi psicotici attraverso l’esposizione frequente a cannabis ad alta potenza.
Alcuni studi stimano che l’uso quotidiano di cannabis molto potente possa moltiplicare il rischio rispetto ai non consumatori, soprattutto nei soggetti predisposti.
Anche la letteratura clinica contiene ormai diversi casi documentati di episodi psicotici insorti dopo l’utilizzo di wax e dabs con concentrazioni estremamente elevate di THC.
Un altro fenomeno osservato frequentemente è rappresentato dagli effetti psicologici acuti. Molti utilizzatori descrivono i concentrati come una versione semplicemente più intensa della cannabis tradizionale.
In realtà l’esperienza può diventare qualitativamente diversa. A dosi elevate il THC può produrre attacchi di panico, forte ansia, depersonalizzazione, derealizzazione e paranoia transitoria.
Questi episodi non indicano necessariamente una malattia mentale, ma possono essere estremamente disturbanti e talvolta richiedere assistenza medica.
Il rischio aumenta nei consumatori inesperti e in chi ha già una predisposizione ai disturbi d’ansia.
Dipendenza
Per molti anni la cannabis è stata percepita come una sostanza incapace di generare vera dipendenza. La ricerca moderna ha smentito questa convinzione, almeno per quanto riguarda l’aspetto mentale.
Oggi esiste una diagnosi clinica riconosciuta chiamata Cannabis Use Disorder.
I concentrati sembrano favorire lo sviluppo della dipendenza attraverso una maggiore quantità di THC assunta, uno sviluppo più rapido della tolleranza e un rinforzo psicologico più intenso.
In pratica il cervello si abitua progressivamente ai livelli elevati di stimolazione cannabinoide e potrebbe richiedere dosi sempre maggiori per ottenere effetti simili.
Quando il consumo viene interrotto possono comparire irritabilità, insonnia, nervosismo, riduzione dell’appetito e desiderio compulsivo di consumare.
Questi sintomi non sono generalmente pericolosi dal punto di vista medico, ma possono rendere difficile la sospensione.
Danni cognitivi: cosa sappiamo davvero
Qui la situazione è più complessa.
Esistono evidenze che collegano l’uso intenso e prolungato di cannabis ad alterazioni della memoria, dell’attenzione e delle funzioni esecutive. Tuttavia la ricerca specifica sui concentrati è ancora relativamente giovane.
Gli studi disponibili suggeriscono possibili effetti negativi sulle prestazioni cognitive, ma non permettono ancora di stabilire con certezza l’entità dei danni permanenti.
Molti ricercatori ritengono che la frequenza d’uso e l’età di inizio siano probabilmente più importanti della semplice concentrazione di THC.
L’adolescenza e la prima età adulta sembrano rappresentare infatti periodi di particolare vulnerabilità per il cervello.
I limiti della ricerca
Un approccio scientifico serio richiede di riconoscere anche ciò che non sappiamo. Molti studi disponibili sono osservazionali e non possono dimostrare un rapporto causale assoluto.
Ad esempio, le persone che scelgono concentrati potrebbero differire dai consumatori tradizionali per numerosi altri fattori, tra cui la frequenza di consumo, la predisposizione genetica, l’uso di altre sostanze o la presenza di condizioni psichiatriche preesistenti.
Per questo motivo gli scienziati parlano spesso di associazioni e non di causalità certa.
Nonostante questi limiti, il quadro generale della letteratura punta nella stessa direzione: all’aumentare della concentrazione di THC aumentano anche diversi indicatori di rischio per la salute mentale, anche se, preso unicamente, questo parametro non è sufficiente per trarne una conclusione definitiva.
Sostanzialmente, l’elevata concentrazione di THC, non sembra essere mai l’unica causa o quella principale per effetti indesiderati di una certa rilevanza.
I metodi di estrazione
Un ulteriore elemento di attenzione riguarda la qualità del processo produttivo. Sebbene nei prodotti regolamentati i controlli riducano significativamente il rischio di contaminanti, i concentrati provenienti da filiere non controllate possono contenere solventi residui, pesticidi, metalli pesanti o sostanze aggiunte deliberatamente.
La letteratura scientifica suggerisce tuttavia che il principale fattore di rischio associato ai concentrati moderni rimanga l’elevata esposizione al THC, mentre gli effetti dei contaminanti dipendono fortemente dalla qualità e dall’origine del prodotto.
Quindi, anche se meno probabile, un intossicazione da eventuali sostanze pericolose utilizzate nei processi produttivi potrebbe essere una possibilità da valutare nei vari casi di cronaca.
Cosa possiamo affermare
La narrativa secondo cui il wax sarebbe una sostanza estremamente tossica e devastante non è supportata dalla letteratura scientifica. Allo stesso tempo, l’idea opposta secondo cui si tratti semplicemente di “cannabis più forte” è altrettanto riduttiva.
Le evidenze disponibili indicano che i concentrati ad alto THC rappresentano una categoria distinta di prodotti, caratterizzata da esposizioni molto superiori al THC rispetto alla cannabis tradizionale.
I rischi maggiormente supportati dalla ricerca riguardano soprattutto l’aumento della probabilità di episodi psicotici, la comparsa di paranoia e ansia acute, un maggior rischio di sviluppare dipendenza e la possibilità di effetti cognitivi associati all’uso cronico.
Le persone più vulnerabili sembrano essere adolescenti, giovani adulti e soggetti con predisposizione personale o familiare ai disturbi psichiatrici.
In sintesi, la domanda scientificamente corretta non è se il wax sia “sicuro” o “pericoloso”, ma quanto il rischio aumenti quando il cervello viene esposto a quantità di THC che fino a qualche anno fa erano praticamente impossibili da raggiungere.
La cannabis ha colpe?
Come sempre, è importante ricordare che non si può giudicare o criminalizzare una sostanza esclusivamente sulla base degli usi irresponsabili che alcune persone ne fanno.
Seguendo la stessa logica, dovremmo allora mettere al bando anche strumenti e attività che, se utilizzati in modo improprio, possono causare gravi conseguenze, come le armi, l’alcol o il gioco d’azzardo.
La valutazione di un fenomeno dovrebbe basarsi sui dati, sul contesto e sulle modalità d’uso, non sui singoli episodi che finiscono per attirare l’attenzione dell’opinione pubblica grazie all’allarmismo propagandistico dei media.
Fonti, approfondimenti e studi
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