Arrestato il venerdì, liberato solo il lunedì. Tre giorni dietro le sbarre, come un criminale qualunque, per un giovane imprenditore agricolo la cui unica “colpa” era coltivare e lavorare canapa industriale certificata. Un incubo giudiziario senza senso, frutto di uno Stato che pronto a perseguitare chi lavora onestamente invece di distinguere tra criminalità e agricoltura legittima.
Le forze dell’ordine hanno sequestrato oltre 460 chili di prodotto – resine e infiorescenze – spacciandoli per stupefacenti, senza prima eseguire analisi tossicologiche. Una superficialità che ha distrutto in un attimo la reputazione e la serenità di un giovane imprenditore. Ma le analisi parlavano chiaro fin dall’inizio: nessuna efficacia drogante, nessun effetto psicotropo.
Nonostante questo, il ragazzo ha passato tre giorni in carcere. Tre giorni tolti alla sua vita, alla sua famiglia e al suo lavoro, marchiato ingiustamente come spacciatore. Solo grazie all’intervento del GIP, che ha rigettato la richiesta del PM, è stato scarcerato senza alcuna misura cautelare. Lo stesso giudice ha ricordato che senza prove scientifiche serie non esistono indizi di colpevolezza.
Eppure, quanto altro dovrà accadere prima che lo Stato metta fine a queste persecuzioni? La Cassazione, con le Sezioni Unite, ha già stabilito che il principio di offensività esclude dal reato i derivati della canapa industriale privi di efficacia drogante. Ma nel frattempo gli imprenditori agricoli vengono trattati come delinquenti, arrestati, umiliati e privati della libertà personale.
Gli avvocati difensori, Lorenzo Simonetti e Claudio Miglio dello studio Tutela Legale Stupefacenti, parlano di vicenda “traumatica e ingiusta”, denunciando operazioni che sembrano più cacce alle streghe che indagini serie. Non è la prima volta: lo stesso studio legale ha già ottenuto dissequestri di piante, infiorescenze e oli di CBD, vittime di un accanimento che ha poco di legale e molto di ideologico.
Le associazioni di categoria lanciano ancora una volta l’allarme: la canapa industriale è un settore agricolo e manifatturiero legittimo, riconosciuto dalle leggi italiane ed europee. Eppure, in Italia, può bastare una perquisizione superficiale per trasformare un imprenditore in un detenuto.

È arrivato il momento che il governo intervenga con un’interpretazione autentica, chiara e definitiva: basta zone grigie, basta ambiguità. Non possiamo accettare che chi lavora nella legalità finisca in galera per l’ignoranza o l’eccesso di zelo di qualcuno.
Questa non è solo una vicenda giudiziaria: è un monito. Oggi è toccato a un imprenditore pugliese, domani potrebbe toccare a chiunque altro.

