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Genova: polizia, esercito e cinofili per sequestrare 25 grammi… di imbarazzo

L’operazione avvenuta nel centro storico di Genova – con pattuglie, unità cinofile, reparti specializzati e una squadra interforze composta da polizia ed Esercito – rappresenta l’ennesimo esempio di un approccio alla lotta alla droga che continua a concentrarsi sui consumatori invece che sui reali responsabili del narcotraffico. Nel corso del servizio, dispiegato in diverse aree del centro, sono state identificate oltre sessanta persone, eppure gli unici sequestri sono stati pochi grammi di cannabis e hashish, circa 25 grammi, quantitativi che non hanno alcuna incidenza sul mercato illegale.

Per arrivare a questi risultati minimi è stato mobilitato un apparato imponente: personale del Commissariato, il Reparto Prevenzione Crimine, team cinofili altamente addestrati, mezzi, coordinamento logistico e un’intera pattuglia interforze. Si tratta di interventi che richiedono ore di lavoro e una gestione complessa, che comportano costi elevati per lo Stato non solo in termini di personale, ma anche di carburante, attrezzature e burocrazia necessaria per avviare i procedimenti previsti per i consumatori fermati.

Questo tipo di attività parte da un presupposto errato: l’idea che colpire chi detiene piccole quantità di sostanze possa contribuire a fermare il traffico. In realtà, il traffico continua indisturbato, mentre l’azione delle forze dell’ordine si riversa quasi esclusivamente sui consumatori. Il risultato è un enorme dispendio di energie per provvedimenti amministrativi e denunce che riempiono le Prefetture ma non intaccano minimamente la criminalità organizzata.

Numerosi esperti lo sottolineano da anni: sequestrare pochi grammi non influisce sulla disponibilità delle droghe, non aumenta la sicurezza urbana e non riduce la presenza della criminalità sul territorio. Al contrario, distoglie le forze dell’ordine da operazioni più complesse e più utili, quelle che mirano a reti di spaccio strutturate, organizzazioni criminali e filiere internazionali.

Il costo di politiche repressive come queste è molto alto. Non esiste una cifra unica che riassuma tutta la spesa, poiché i costi sono distribuiti tra ministeri, questure, reparti speciali e Prefetture, ma diverse analisi e valutazioni indipendenti mostrano come ogni anno lo Stato investa complessivamente centinaia di milioni di euro in attività legate alla repressione del consumo, più che alla lotta ai traffici.

Per comprendere l’ordine di grandezza basta considerare che operazioni simili vengono svolte continuamente in scuole, metropolitane, stazioni e centri urbani, coinvolgendo reparti speciali, unità cinofile, ore di servizio e tutta la burocrazia necessaria per formalizzare sequestri irrilevanti e sanzioni amministrative.

Si tratta di risorse enormi che potrebbero essere impiegate molto meglio. Mentre si mobilitano pattuglie e cani antidroga per individuare consumatori con pochi grammi di cannabis, la criminalità organizzata continua a gestire indisturbata i propri traffici. Altri Paesi stanno già superando questo modello, adottando politiche più efficaci come la regolamentazione controllata delle sostanze leggere, la riduzione del danno e una gestione sanitaria del consumo problematico. Questi approcci non solo riducono i costi, ma liberano anche le forze dell’ordine da una mole di lavoro inutile, permettendo loro di concentrarsi sulle vere minacce alla sicurezza pubblica.

L’operazione di Genova è quindi emblematica: molto dispiegamento di mezzi, pochi risultati e un modello che continua a gravare sui contribuenti senza produrre alcun effetto reale sul mercato della droga. Finché non si abbandonerà questa logica, continueremo ad assistere a interventi spettacolari ma inefficaci, che colpiscono i bersagli più facili invece dei responsabili veri del traffico, e che sottraggono fondi a settori come prevenzione, educazione e sicurezza reale nelle città.

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