Il Consiglio comunale di Perugia ha scelto di schierarsi contro il nuovo Decreto Sicurezza varato dal Governo, approvando a maggioranza – con i voti compatti del centrosinistra – un atto politico che ne contesta apertamente i contenuti. Al centro della discussione c’è l’articolo 18, che introduce il divieto generalizzato di coltivazione, lavorazione e vendita delle infiorescenze di Cannabis sativa L., includendo anche i prodotti con un contenuto di THC inferiore allo 0,2%, soglia finora considerata priva di effetti psicotropi.
Un settore determinato, ma costantemente a rischio
Secondo la maggioranza, il provvedimento rischia di azzerare in un colpo solo l’intero comparto della cosiddetta “cannabis light”. Un settore che, negli ultimi anni, ha visto nascere aziende agricole, laboratori di trasformazione e attività commerciali, con investimenti significativi da parte di imprenditori e artigiani locali.
In aula è stato sottolineato come la filiera si sia sviluppata nel rispetto delle normative vigenti, puntando su tracciabilità, sostenibilità ambientale e innovazione. Per questo motivo, il divieto viene letto come una scelta che colpisce non solo i prodotti sugli scaffali, ma anche posti di lavoro e iniziative imprenditoriali costruite su un quadro normativo che, fino ad oggi, ne consentiva l’attività.
L’impegno del Comune contro il decreto
L’ordine del giorno approvato impegna la Giunta a portare la posizione del Consiglio nelle sedi istituzionali competenti, a partire dall’ANCI, promuovendo un coordinamento tra i Comuni contrari al provvedimento. L’obiettivo è valutare e sostenere eventuali ricorsi alla Corte Costituzionale o alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea.
Per la maggioranza, la norma presenta profili di dubbia legittimità costituzionale, in quanto ritenuta priva di una reale finalità di tutela sanitaria e invece ispirata a un’impostazione di tipo proibizionista. Il confronto in aula è stato acceso ma corretto, con posizioni nettamente contrapposte che hanno rispecchiato la diversa sensibilità politica tra centrosinistra e centrodestra.
Le critiche dell’opposizione
Il centrodestra ha motivato il proprio voto contrario evidenziando tre questioni principali.
La prima riguarda la comunicazione e la percezione del rischio: definire un prodotto come “light” o “legale”, secondo l’opposizione, potrebbe generare nei consumatori l’idea di totale innocuità, mentre nei derivati delle infiorescenze resta comunque una minima presenza di THC, seppur sotto lo 0,2%.
Il secondo punto richiama studi scientifici che evidenziano come l’uso di cannabis possa incidere su attenzione, riflessi e coordinazione, con possibili conseguenze sulla sicurezza stradale in caso di guida sotto effetto di THC. Anche il CBD – uno dei principali cannabinoidi estratti dalla pianta, impiegato per proprietà rilassanti e antinfiammatorie – non sarebbe privo di effetti farmacologici, potendo determinare interazioni o alterazioni di parametri clinici.
Infine, l’opposizione ha richiamato un aspetto culturale e preventivo: il timore che una percezione attenuata del rischio tra i più giovani possa favorire comportamenti poco consapevoli, in una fascia d’età considerata più vulnerabile.
La posizione della maggioranza
Di segno opposto la replica dei gruppi di maggioranza, che hanno ribadito come la soglia dello 0,2% di THC fosse stata introdotta proprio per distinguere le varietà prive di effetti psicoattivi da quelle con potenziale stupefacente. Estendere il divieto anche ai prodotti sotto quel limite significherebbe, secondo questa lettura, equiparare situazioni differenti e colpire attività finora pienamente legali le quali da anni soffrono delle politiche scellerate dello Stato.
È stato inoltre ricordato che l’ordinamento europeo non prevede un divieto per le coltivazioni con THC entro i limiti stabiliti, elemento che rafforzerebbe i dubbi sulla coerenza della nuova norma nazionale.
Per la maggioranza perugina, l’atto approvato rappresenta quindi una presa di posizione a tutela di una filiera economica ritenuta legittima e non pericolosa per la salute pubblica, oltre che un invito ad aprire un confronto più ampio sul tema, nelle sedi istituzionali competenti.


