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Quanto è grande il business sulla repressione della cannabis?

Quando si parla di cannabis, il dibattito viene quasi sempre ridotto a una contrapposizione: tutela della salute contro legalizzazione. Molto meno spesso si osserva il fenomeno dal punto di vista economico.

Perché proibire una sostanza non significa semplicemente vietarla. Significa costruire attorno al divieto un’intera infrastruttura fatta di controlli, sequestri, laboratori, procedimenti amministrativi, processi, consulenze, carcere e gestione dei beni confiscati.

Definire tutto questo un “business dello Stato”, però, richiede una precisazione: non esistono prove che dimostrino che la cannabis venga proibita principalmente per produrre entrate pubbliche. Gran parte della macchina repressiva, anzi, rappresenta una spesa. Ma è indiscutibile che la repressione generi un enorme circuito economico e amministrativo.

Quanto costa far funzionare la repressione

Il primo ingranaggio sono le Forze dell’Ordine. Controlli stradali, operazioni antidroga, perquisizioni, sequestri, intercettazioni, indagini, controlli doganali e attività investigative richiedono personale, mezzi e strutture.

Poi arriva il laboratorio: una sostanza sequestrata deve essere analizzata, pesata e caratterizzata. Entrano così in gioco laboratori pubblici, tossicologia forense, consulenti ed eventualmente periti.

Successivamente si attiva la macchina amministrativa e giudiziaria.

cannabis

Nel 2024 in Italia furono registrate 36.960 segnalazioni ai sensi dell’articolo 75 del DPR 309/1990 per detenzione destinata all’uso personale: il 77% riguardava cannabinoidi. Nello stesso anno furono 27.989 le denunce per gli articoli 73 e 74 e nel 37% dei casi erano coinvolti cannabinoidi.

L’articolo 75, pur non configurando un reato penale, può comportare conseguenze amministrative come la sospensione della patente, del passaporto o del porto d’armi.

Ogni procedimento significa verbali, notifiche, Prefetture, personale amministrativo, avvocati e, nei casi penali, pubblici ministeri, giudici, cancellerie, consulenti e tribunali.

C’è poi il carcere. Al 31 dicembre 2024 risultavano 21.083 detenuti per violazioni della normativa sugli stupefacenti, il 34% della popolazione carceraria. Attenzione: questo dato riguarda tutte le droghe e non permette di attribuire quella quota alla sola cannabis.

Anche la detenzione produce costi: personale penitenziario, strutture, sanità, trasferimenti, amministrazione e successiva esecuzione penale.

Multe, sequestri e confische: dove entra davvero denaro

Esiste però anche una componente direttamente patrimoniale.

Procedimenti penali e misure di prevenzione possono portare al sequestro e, quando previsto e definitivamente disposto, alla confisca di denaro e beni.

Il Fondo Unico Giustizia gestisce risorse finanziarie sottoposte a sequestro e confisca; le somme definitivamente confiscate possono essere versate allo Stato. Le somme semplicemente sequestrate, invece, non diventano automaticamente patrimonio pubblico e possono dover essere restituite.

Per questo sarebbe scorretto sommare multe, sequestri e confische e concludere che la repressione sia economicamente redditizia. Bisognerebbe confrontare quelle entrate con i costi complessivi di polizia, giustizia e sistema penitenziario.

Il vero paradosso economico della proibizione è un altro: lo Stato sostiene i costi del contrasto mentre il fatturato della sostanza rimane prevalentemente nell’economia sommersa.

La stessa DCSA definisce il narcotraffico una delle principali fonti di arricchimento della criminalità organizzata.

Se la cannabis fosse legale, la macchina economica non scomparirebbe

Con una regolamentazione legale la macchina non verrebbe eliminata. Cambierebbe completamente forma.

Al posto del sequestratore comparirebbe il produttore autorizzato; al posto del laboratorio chiamato a stabilire se una sostanza costituisce corpo del reato, laboratori incaricati di controllare THC, contaminanti e qualità; al posto del mercato clandestino, aziende, distributori e negozi sottoposti a licenze.

Intorno nascerebbero o si amplierebbero filiere di coltivazione, trasformazione, packaging, trasporto, software di tracciabilità, laboratori, consulenza, assicurazioni, sicurezza e commercio.

E soprattutto cambierebbe il rapporto economico con lo Stato.

IVA, accise eventualmente introdotte, imposte societarie, contributi dei lavoratori, autorizzazioni e licenze trasformerebbero una parte dell’attuale economia sommersa in economia fiscalizzata.

Il Canada permette di vedere concretamente questo meccanismo. Nell’anno fiscale 2024-2025 le vendite legali di cannabis hanno raggiunto circa 5,5 miliardi di dollari canadesi, mentre le entrate complessive dei governi federale e provinciali collegate alla cannabis sono state circa 2,5 miliardi.

La legalizzazione, peraltro, non elimina la repressione. Restano controlli contro vendite illegali, mercato nero, esportazioni non autorizzate, vendita ai minori, guida sotto effetto della sostanza e violazioni delle regole produttive.

La differenza più grande riguarda le persone

Ed è probabilmente qui che il confronto smette di essere solamente economico.

Un sistema proibizionista può far entrare il consumatore nella macchina amministrativa o giudiziaria anche quando non appartiene ad alcuna organizzazione criminale. Una regolamentazione legale elimina invece quelle conseguenze per le condotte che vengono rese lecite, pur mantenendo sanzioni per ciò che rimane vietato.

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In Canada, dopo la legalizzazione del 2018, un rapporto ufficiale ha rilevato una riduzione del 95% delle accuse per possesso di cannabis tra il 2017 e il 2022. Nel 2023 circa il 73% della spesa domestica canadese per cannabis non medica proveniva già da fonti legali.

Statistics Canada rileva inoltre che nel 2024 il tasso dei reati di cannabis denunciati dalla polizia era inferiore dell’89% rispetto al 2014, anche se l’ente precisa che sul dato incidono legalizzazione, cambiamenti normativi e differenti priorità delle Forze dell’Ordine.

Questo non significa che la legalizzazione sia priva di problemi: rimangono consumo problematico, tutela dei minori, sicurezza stradale, mercato illegale residuo e il rischio che una commercializzazione aggressiva privilegi il profitto rispetto alla salute pubblica.

Ma economicamente il confronto è chiaro: la proibizione costruisce un’economia attorno alla repressione e lascia gran parte del mercato del prodotto nell’illegalità; la regolamentazione costruisce un’economia attorno alla produzione legale, alla fiscalità e al controllo del mercato.

In entrambi i modelli circola denaro. Ciò che cambia radicalmente è dove circola, chi lo incassa e quante persone devono entrare nel sistema sanzionatorio perché quella macchina possa funzionare.

Fonti e approfondimenti

Presidenza del Consiglio – Relazione al Parlamento sul fenomeno delle dipendenze in Italia 2026: Relazione ufficiale 2026Presidenza del Consiglio – Relazione al Parlamento 2025: Relazione ufficiale 2025Normattiva – DPR 309/1990, articolo 75: Testo dell’articolo 75Ministero della Giustizia – Fondo Unico Giustizia: Fondo Unico GiustiziaDirezione Centrale per i Servizi Antidroga – Relazioni annuali: DCSA – Report ufficialiEUDA – European Drug Report 2026: Reati e mercato delle droghe nell’UEHealth Canada – Revisione del Cannabis Act: Final Report of the Expert PanelStatistics Canada – entrate pubbliche e vendite di cannabis 2024-2025: Cannabis sales and government revenueStatistics Canada – andamento dei reati sulle droghe dopo la legalizzazione: Trends in police-reported drug crime in Canada

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Autore

  • Classe 1992, imprenditore Veneto. Spirito critico. Giornalista per passione ed esperto del settore canapicolo. Formazione in Cannabinologia presso Cannabiscienza  c/o Università degli Studi di Padova. Master in Cannabis Medica Veterinaria presso Cannabiscienza. Direttore editoriale di Spazio Canapa.