Dieci anni fa moriva Marco Pannella. E con lui se ne andava una delle figure più controverse, ingombranti e rivoluzionarie della politica italiana. Ma soprattutto se ne andava l’uomo che, più di chiunque altro, ha avuto il coraggio di portare l’antiproibizionismo nel dibattito pubblico italiano quando parlare di cannabis significava essere trattati da criminali o provocatori.
Oggi il tema della legalizzazione è entrato nel linguaggio politico, economico e culturale del Paese. Ma negli anni Settanta, quando Pannella iniziò le sue battaglie, la situazione era completamente diversa: la cannabis veniva raccontata come una minaccia sociale, i consumatori erano considerati delinquenti e qualunque proposta di depenalizzazione sembrava pura follia.
Pannella, invece, vedeva già allora il fallimento del proibizionismo.
Per lui non era semplicemente una questione legata alla cannabis. Era una battaglia di libertà individuale, di diritti civili e di lotta contro uno Stato che pretendeva di decidere cosa un cittadino adulto potesse fare del proprio corpo. Fu questo il cuore dell’antiproibizionismo radicale: togliere il tema delle droghe dal terreno della repressione morale e portarlo su quello della responsabilità personale, della salute pubblica e della democrazia.
Negli anni Settanta il leader radicale iniziò a esporsi pubblicamente anche attraverso la disobbedienza civile. Non parlava soltanto di legalizzazione: sfidava apertamente le leggi che riteneva ingiuste. Nel 1975 si fece arrestare per aver fumato cannabis, trasformando il proprio processo in un atto politico. Era il metodo radicale: violare pubblicamente una norma considerata sbagliata, assumendosene tutte le conseguenze, per costringere il Paese a interrogarsi sull’assurdità di quella legge.
Secondo Pannella, il proibizionismo produceva esattamente l’effetto opposto rispetto a quello dichiarato: non eliminava il consumo, ma alimentava il mercato nero e arricchiva le organizzazioni criminali. Un ragionamento che oggi appare quasi scontato, ma che all’epoca era considerato scandaloso.
Le battaglie radicali contro il proibizionismo
Negli anni Ottanta e Novanta il Partito Radicale trasformò l’antiproibizionismo in una vera campagna politica nazionale. Referendum, raccolte firme, manifestazioni, processi e scioperi della fame diventarono strumenti per portare il tema al centro del dibattito pubblico.
Pannella insisteva su un punto fondamentale: lo Stato stava criminalizzando milioni di consumatori senza riuscire minimamente a fermare il traffico di sostanze. A pagare il prezzo della repressione erano soprattutto i giovani e i consumatori occasionali, mentre le mafie continuavano a prosperare grazie ai profitti enormi del mercato illegale.
In quegli anni parlare di riduzione del danno, depenalizzazione o regolamentazione era quasi rivoluzionario. La politica italiana continuava a usare il linguaggio della “guerra alla droga”, mentre Pannella sosteneva che proprio quella guerra stesse rafforzando la criminalità organizzata.
Molte delle idee che oggi dominano il dibattito internazionale sulla cannabis — dalla regolamentazione legale alla distinzione tra droghe leggere e pesanti — erano già presenti nelle campagne radicali di quarant’anni fa.
Ma Pannella aveva capito anche un’altra cosa: per rompere il muro culturale servivano azioni simboliche forti, impossibili da ignorare.
Quel panetto di hashish portato in televisione
L’episodio che più di ogni altro è rimasto nella memoria collettiva avvenne il 28 dicembre 1995. Ospite di una trasmissione televisiva condotta da Alda D’Eusanio, Marco Pannella tirò fuori un panetto di hashish in diretta TV e lo consegnò alla conduttrice davanti a milioni di telespettatori.
Giornali, televisioni e politici si scagliarono immediatamente contro di lui. Arrivarono processi, polemiche e accuse durissime. Ma ancora una volta Pannella aveva ottenuto esattamente quello che voleva: costringere l’Italia a parlare di proibizionismo.
Quel gesto non era una provocazione fine a sé stessa. Era teatro politico, costruito per rompere il silenzio attorno a un tema che la politica continuava a trattare soltanto con repressione e moralismo. In quei giorni il Partito Radicale stava promuovendo referendum legati anche alla legalizzazione delle droghe leggere, e quella clamorosa apparizione televisiva servì a riportare il tema al centro dell’attenzione nazionale.

Negli anni successivi Pannella continuò a partecipare a iniziative pubbliche legate alla cannabis, distribuzioni simboliche di hashish e azioni di disobbedienza civile organizzate apertamente, spesso davanti alle telecamere e alle forze dell’ordine. Ogni processo diventava un’occasione politica per denunciare il fallimento della repressione.
A dieci anni dalla sua morte, molte delle sue battaglie restano ancora aperte. In gran parte del mondo la cannabis è stata depenalizzata o legalizzata, mentre in Italia il dibattito continua ad avanzare a fatica, tra aperture timide e improvvisi ritorni proibizionisti.
Eppure, riguardando oggi la storia di Marco Pannella, colpisce soprattutto una cosa: aveva intuito con decenni di anticipo ciò che molti governi stanno iniziando a comprendere solo adesso. Che il proibizionismo non elimina il consumo. Lo nasconde, lo criminalizza e lo consegna alle mafie.
Per questo il suo nome resta ancora oggi legato alla storia dell’antiproibizionismo italiano. Non perché abbia semplicemente difeso la cannabis. Ma perché ha difeso l’idea che la libertà individuale non possa essere regolata con la paura.


