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La Consulta boccia parte del Decreto Caivano: incostituzionali le pene sul piccolo spaccio

Dopo le recenti bocciature da parte della Corte di Cassazione in merito al Decreto Sicurezza e al protocollo sui migranti con l’Albania, per il governo guidato da Giorgia Meloni arriva un nuovo colpo sul fronte legislativo. Questa volta è la Corte Costituzionale a intervenire in modo netto, con una sentenza di illegittimità costituzionale che colpisce uno dei provvedimenti simbolo del cosiddetto Decreto Caivano.

Nel dettaglio, la Consulta ha ritenuto incostituzionale l’articolo che innalza le pene per lo spaccio di lieve entità, aumentando la reclusione da un minimo di sei mesi a un massimo di cinque anni, e soprattutto escludendo la possibilità per gli imputati di accedere alla “messa alla prova”, un percorso alternativo al carcere previsto per reati meno gravi.

Una misura sproporzionata

Secondo la Corte, la norma introduce un trattamento sanzionatorio sproporzionato rispetto alla gravità del reato, negando un principio fondamentale previsto dall’ordinamento: la possibilità di un percorso rieducativo per chi commette un illecito minore.

Il provvedimento, originariamente giustificato come risposta d’urgenza al degrado sociale in alcune aree del Paese, si è rivelato, secondo molti osservatori, più una misura di bandiera che una soluzione concreta ai problemi di sicurezza.

Una strategia repressiva che fa discutere

La sentenza alimenta il dibattito su una politica penale sempre più orientata alla repressione, spesso a scapito della prevenzione e del recupero. Critiche arrivano anche da una parte della società civile e del mondo giuridico, che sottolineano come l’inasprimento delle pene non stia producendo effetti significativi né sul consumo né sul traffico di sostanze stupefacenti. I dati ufficiali del Dipartimento per le politiche antidroga della Presidenza del Consiglio confermano infatti un trend stabile o in aumento, nonostante il pugno duro promosso dal governo.

Giustizia e Costituzione

La decisione della Consulta, quindi, non è un attacco alla linea politica dell’esecutivo, ma piuttosto un richiamo alla centralità dei principi costituzionali e al rispetto dell’equilibrio tra prevenzione, rieducazione e repressione.

L’episodio rappresenta l’ennesimo campanello d’allarme per un approccio normativo che, secondo i critici, sembra spesso muoversi sull’onda dell’emergenza o della propaganda, piuttosto che su basi solide di analisi giuridica e sociale.

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