La prescrizione c’è. La legge pure. Quello che manca, almeno sul territorio, è la possibilità concreta di accedere al farmaco.
È una storia che parla di burocrazia, distanza geografica e fatica quotidiana quella che coinvolge una famiglia di Forlì, Laura R. di 79 anni, impegnata da tempo a garantire alla madre 97enne una terapia a base di cannabis terapeutica.
La paziente, ospite della casa di riposo Zangheri, soffre di neuropatia agli arti inferiori. Il trattamento con cannabinoidi le è stato indicato dal neurologo già nel 2019. Da allora, però, reperire il medicinale è diventato un percorso a ostacoli.
Una terapia consentita, ma difficile da trovare
In Italia l’uso medico della cannabis è regolato dal Ministero della Salute e dall’Agenzia Italiana del Farmaco, che ne autorizzano l’impiego in specifiche condizioni cliniche, tra cui il dolore cronico e alcune patologie neurologiche e reumatiche.
Sulla carta, dunque, il diritto alla cura esiste. Nella pratica, la disponibilità varia da territorio a territorio.
A Forlì, spiega Laura, non ci sono farmacie che preparano regolarmente formulazioni galeniche a base di cannabis. In passato riusciva a rifornirsi a Forlimpopoli, poi a Cesena. Oggi, non di rado, è costretta a spingersi fino a Riccione o Bologna per ritirare le capsule destinate alla madre.
Una procedura complessa, ogni mese
L’iter è rigido: serve la ricetta medica originale, da presentare direttamente in farmacia. Il primo accesso serve per ordinare e avviare la preparazione; il secondo per il ritiro, a distanza di alcuni giorni. Non è possibile acquistare più confezioni in anticipo, quindi ogni mese la procedura si ripete identica.
Un impegno costante, che pesa soprattutto su chi, come Laura, non è più giovane e deve organizzare spostamenti, tempi e appuntamenti con precisione.
Perché le farmacie non le preparano?
Le difficoltà non riguardano solo la prescrizione, ma l’intera filiera. Vittorio Manes, presidente di Forlifarma, chiarisce che l’approvvigionamento nazionale proviene in gran parte dallo Stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze o dall’importazione dall’Olanda.

Le infiorescenze disponibili sono diverse per composizione e concentrazione dei principi attivi. Essendo prodotti vegetali, richiedono condizioni di conservazione particolari e hanno una durata limitata. Le farmacie, quindi, rischiano di acquistare varietà specifiche che potrebbero non essere richieste da altri pazienti.
A questo si aggiungono i costi per le farmacie: un laboratorio galenico specializzato necessita di strumentazioni adeguate e personale formato. Se la domanda locale è ridotta, l’investimento può risultare economicamente insostenibile.
Norme stringenti e pochi margini
La gestione di questi medicinali è soggetta a regole rigorose, sia per la conservazione sia per lo smaltimento. Inoltre, trattandosi di preparazioni non obbligatorie, una farmacia non può semplicemente ordinarle da un’altra per conto del paziente: devono essere allestite da laboratori autorizzati.
Il risultato è un paradosso: una terapia riconosciuta a livello nazionale, ma non sempre facilmente accessibile a livello locale.
Il peso sulle famiglie
In assenza di una rete territoriale strutturata, il carico organizzativo ricade interamente sui familiari del paziente bisognoso della terapia. Nel caso di Laura, ogni mese significa pianificare viaggi fuori provincia, verificare la disponibilità del laboratorio e rispettare tempistiche rigide.
Tra le possibili soluzioni suggerite c’è il coinvolgimento di associazioni non-profit che si occupano del trasporto di pazienti e farmaci, previa delega formale. Ma resta aperta la questione di fondo: come garantire uniformità di accesso a terapie già previste dalla normativa?

La vicenda solleva un interrogativo più ampio che riguarda non solo un singolo caso, ma l’organizzazione dell’assistenza sanitaria sul territorio: quando un diritto alla cura esiste formalmente, ma per esercitarlo servono chilometri, tempo e risorse personali, quanto è davvero garantito?

