Europa: la cannabis si conferma la sostanza stupefacente più diffusa nel continente. I dati più recenti pubblicati dallaEuropean Union Drug Agency (EUDA) nella Relazione europea sulla droga 2025 descrivono un fenomeno ampio e strutturale: milioni di consumatori, un mercato illecito da oltre 12 miliardi di euro e un quadro normativo frammentato che varia sensibilmente da Paese a Paese.
Secondo l’Agenzia, circa l’8,4% degli adulti tra i 15 e i 64 anni – pari a circa 24 milioni di persone – ha fatto uso di cannabis nell’ultimo anno. Tra i giovani adulti (15-34 anni) la percentuale supera il 15%, confermando come il consumo sia particolarmente radicato nelle fasce più giovani della popolazione. Una quota più contenuta, intorno all’1,5% degli adulti europei, dichiara un utilizzo quotidiano o quasi quotidiano: è su questa fascia che si concentrano i maggiori rischi sanitari, dalla dipendenza agli effetti sulla salute mentale, soprattutto in presenza di prodotti ad alta concentrazione di THC.
Oltre al profilo sanitario, la cannabis rappresenta il segmento economicamente più rilevante del mercato illecito delle droghe in Europa. Il giro d’affari stimato supera i 12 miliardi di euro l’anno, una cifra che alimenta reti criminali organizzate e transnazionali. È anche per questo che in diversi Stati membri si sta aprendo un confronto sulle politiche più efficaci: mantenere un modello repressivo oppure sperimentare forme di regolamentazione legale e controllata.
In questo contesto si inserisce il dato italiano. Secondo le rilevazioni EUDA riferite al 2024, l’Italia registra l’8,6% di consumo corrente di cannabis tra gli adolescenti di 15 e 16 anni, la percentuale più alta nell’Unione europea, superata nel continente soltanto dal Liechtenstein. Il confronto con altri Paesi offre spunti interessanti: in Germania la quota si attesta al 6,77%, mentre nei Paesi Bassi – storicamente considerati più permissivi – è dell’8,08%.
Più che un semplice primato statistico, il dato italiano invita a una riflessione sulle strategie adottate finora. L’Italia mantiene un impianto normativo tra i più restrittivi d’Europa. In passato, tra il 1990 e il 1993 e poi dal 2006 al 2014, l’uso personale era equiparato allo spaccio, con pene molto severe. L’intervento della Corte costituzionale ha successivamente dichiarato illegittima questa equiparazione, modificando la disciplina. Oggi il consumo personale non comporta sanzioni penali, ma restano conseguenze amministrative – come la sospensione della patente – e la coltivazione domestica è ancora considerata reato, salvo limitate aperture giurisprudenziali.
Di recente, inoltre, il decreto-legge sicurezza approvato il 4 giugno ha incluso anche la cosiddetta cannabis “light”, a basso contenuto di THC, tra le sostanze stupefacenti. Anche se in contrasto con la giurisprudenza, questa scelta ha riacceso il dibattito politico ed economico, poiché negli ultimi anni attorno a questo settore si era sviluppato un comparto commerciale significativo, con migliaia di addetti e investimenti rilevanti.

Alla luce dei dati europei, il caso italiano apre un interrogativo più ampio: un modello esclusivamente proibizionista è davvero lo strumento più efficace per ridurre il consumo, soprattutto tra i giovani? Il confronto con Paesi che hanno introdotto forme di regolamentazione – come la Germania – o che da anni adottano un approccio più tollerante – come i Paesi Bassi – mostra che la legalizzazione o la regolamentazione non comportano automaticamente un aumento dei consumi giovanili.
Da qui nasce una riflessione di natura economica e sociale. Una regolamentazione legale potrebbe sottrarre risorse alle organizzazioni criminali, generare entrate fiscali per lo Stato e consentire controlli più rigorosi sulla qualità dei prodotti, riducendo i rischi sanitari legati al mercato nero. Inoltre, le risorse derivanti dalla tassazione potrebbero essere reinvestite in programmi di prevenzione, informazione e trattamento delle dipendenze.
Il dibattito resta aperto in tutta Europa. La cannabis è ormai una realtà sociale diffusa, con implicazioni che vanno oltre la dimensione sanitaria e toccano economia, sicurezza e politiche giovanili. Per l’Italia, i numeri non rappresentano soltanto una statistica, ma l’occasione per ripensare l’equilibrio tra repressione, regolamentazione e prevenzione, valutando se un approccio più strutturato e meno contraddittorio possa produrre benefici non solo economici, ma anche sociali.

