Un nuovo caso sulla canapa industriale arriva davanti alla Corte di Giustizia dell’Unione europea. E questa volta il rinvio arriva dai Paesi Bassi.
Il caso Korgen si aggiunge al rinvio italiano Jure. Al centro non c’è solo la soglia dello 0,3% di THC, ma il rapporto tra canapa agricola, libera circolazione e leggi nazionali sugli stupefacenti.
La causa si chiama C-73/26, Korgen ed è stata promossa dalla Corte Suprema olandese, lo Hoge Raad der Nederlanden, nell’ambito di un procedimento penale. Il tema è diretto e riguarda tutta la filiera europea: uno Stato membro può applicare automaticamente la propria legge sugli stupefacenti a canapa grezza, non trasformata, importata da un altro Paese dell’Unione, quando quella canapa proviene da varietà iscritte nel catalogo comune europeo o presenta un contenuto di THC inferiore alla soglia agricola prevista dalla PAC?
La domanda sembra tecnica. In realtà è politica, economica e culturale.
Perché dietro il caso olandese c’è un problema che molti operatori conoscono bene: la canapa industriale viene riconosciuta dal diritto europeo come prodotto agricolo, ma in diversi Stati membri continua a essere trattata, almeno in certe situazioni, come una sostanza da reprimere attraverso normative nazionali sugli stupefacenti.
È lo stesso cortocircuito che l’Italia sta vivendo con l’articolo 18 del Decreto Sicurezza.
Il nodo dello 0,3% di THC e il rapporto tra diritto europeo e norme nazionali
Uno dei punti più delicati del caso riguarda la soglia dello 0,3% di THC.
Nel dibattito pubblico questa soglia viene spesso usata come se fosse una linea magica: sotto è legale, sopra è illegale. Ma il diritto europeo è più complesso.
Lo 0,3% è prima di tutto una soglia collegata alla Politica Agricola Comune: serve a definire l’ammissibilità delle coltivazioni di canapa agli aiuti agricoli e a controllare le varietà coltivate. Non nasce come soglia penale universale da applicare automaticamente a ogni prodotto, a ogni parte della pianta o a ogni situazione commerciale.
Ed è proprio qui che il caso Korgen diventa interessante.
La Corte di Giustizia dovrà chiarire se la canapa industriale possa essere valutata solo attraverso la lente della normativa nazionale sugli stupefacenti, oppure se gli Stati membri debbano tenere conto anche del quadro europeo: varietà certificate, mercato interno, libera circolazione delle merci, proporzionalità delle restrizioni e natura agricola della pianta.
Korgen, Jure e i precedenti della Corte di Giustizia
Il rinvio olandese non arriva da solo.
Davanti alla Corte di Giustizia è già pendente anche il caso italiano C-716/25, Società Agricola Jure, nato da un rinvio del Consiglio di Stato. Anche lì il tema riguarda il rapporto tra canapa industriale, diritto agricolo europeo e limiti nazionali.
I due casi non sono identici, ma pongono una domanda comune: uno Stato membro può usare la propria normativa sugli stupefacenti per neutralizzare, in modo generale e automatico, una filiera agricola riconosciuta dal diritto europeo?
Questa è la vera partita.
Non si tratta di negare il diritto degli Stati a tutelare la salute pubblica. Si tratta di capire se quella tutela possa essere esercitata con divieti automatici, sproporzionati e incapaci di distinguere tra cannabis ad alto THC, canapa industriale, CBD, prodotti derivati, infiorescenze, sementi, usi tecnici, cosmetici o alimentari.
La Corte UE ha già dato segnali chiari.
Il caso Korgen si inserisce in una linea giurisprudenziale che la Corte di Giustizia ha già iniziato a costruire.
Nel caso Kanavape, la Corte aveva chiarito che uno Stato membro non può vietare automaticamente il CBD legalmente prodotto in un altro Stato membro senza dimostrare un rischio reale per la salute pubblica e senza rispettare il principio di proporzionalità.
Nel caso Hammarsten, il tema era già quello della canapa industriale dentro il quadro agricolo europeo.
Il messaggio di fondo è sempre lo stesso: gli Stati possono intervenire, ma devono farlo con misure fondate, necessarie e proporzionate. Non basta invocare la parola “stupefacenti” per bloccare un prodotto agricolo o commerciale legale in un altro Paese europeo.
Perché il caso Korgen interessa direttamente anche l’Italia
Per l’Italia questo nuovo rinvio è particolarmente importante.
Il nostro Paese sta vivendo una fase di forte tensione normativa, giudiziaria e amministrativa sulla canapa industriale. L’articolo 18 del Decreto Sicurezza ha creato incertezza, controlli, diffide, sequestri e provvedimenti amministrativi. Ma allo stesso tempo sono già arrivati rinvii alla Corte costituzionale, un rinvio alla Corte di Giustizia UE, sospensive dei TAR e decisioni favorevoli in sede penale e amministrativa.
Il caso olandese conferma che il problema non è solo italiano.
In Europa si sta aprendo una questione più ampia: come distinguere davvero la canapa industriale dalla cannabis stupefacente? Come evitare che soglie agricole vengano trasformate in automatismi penali? Come garantire controlli seri senza distruggere imprese legali? Come impedire che ogni Paese costruisca barriere nazionali contro prodotti che circolano nel mercato europeo?
La filiera chiede regole, non zone grigie.
Il punto politico è semplice: il settore non chiede assenza di regole. Chiede regole chiare.
Chiede controlli proporzionati, tracciabilità, analisi, responsabilità degli operatori, etichettatura, tutela dei minori, repressione dei veri abusi e distinzione reale tra prodotti non droganti e prodotti ad alto rischio.
Quello che non può funzionare è la scorciatoia del divieto generalizzato. Perché il divieto non elimina il mercato: lo sposta, lo rende più opaco e indebolisce chi lavora in modo trasparente.
La canapa industriale è ormai una filiera europea. Agricola, commerciale, scientifica, tecnica, cosmetica, alimentare, tessile, ambientale e anche culturale. Pensare di governarla solo con le categorie della repressione nazionale significa non vedere la realtà.

La decisione della Corte potrà influenzare l’intera filiera europea
La futura decisione della Corte di Giustizia nel caso Korgen potrà avere conseguenze rilevanti.
Se la Corte dovesse rafforzare la tutela della canapa industriale a basso THC nel mercato interno, gli Stati membri sarebbero chiamati a costruire regole più proporzionate e meno automatiche.
Se invece dovesse riconoscere un margine molto ampio alle normative nazionali sugli stupefacenti, il rischio sarebbe quello di una frammentazione ancora maggiore del mercato europeo, con imprese costrette a muoversi tra divieti, eccezioni, interpretazioni locali e contenziosi continui.
In ogni caso, una cosa è già evidente: la canapa industriale non può più essere trattata come una questione marginale o puramente nazionale.
Dopo Kanavape, dopo Jure e ora con Korgen, il tema è definitivamente europeo.
Un approfondimento tecnico in arrivo
Canapa Sativa Italia pubblicherà un approfondimento giuridico completo sul caso Korgen, con l’analisi delle domande poste dalla Corte Suprema olandese, il collegamento con il caso italiano Jure, il ruolo della soglia PAC dello 0,3%, i precedenti della Corte di Giustizia e le possibili conseguenze per la filiera europea.
Il punto da seguire è chiaro: può una normativa nazionale sugli stupefacenti prevalere automaticamente sul diritto agricolo europeo e sulla libera circolazione delle merci quando si parla di canapa industriale a basso THC?
La risposta della Corte potrebbe cambiare molto più di un singolo processo.


