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L’ultima follia di una politica italiana che incita all’alcol

Claudio Borghi, leghista e Senatore della Repubblica Italiana, presenta le sue teorie sull’assunzione di alcol.

L’attuale orientamento politico italiano sembra indirizzarsi verso un inasprimento delle restrizioni anche nei confronti della canapa industriale, una sostanza che, secondo le evidenze storiche e scientifiche disponibili, non risulta essere mai stata causa diretta di decessi nel corso della storia dell’umanità.

Parallelamente, si registrano proposte come quella avanzata dall’europarlamentare Silvia Sardone (Lega), che ha suggerito di sostituire i dispensari di cannabis light — cioè di canapa industriale a basso contenuto di THC — con “eleganti enoteche”. Allo stesso tempo, esponenti politici come il senatore Claudio Borghi promuovono, direttamente o indirettamente, un atteggiamento più indulgente nei confronti del consumo di bevande alcoliche, le quali sono notoriamente responsabili di circa 17.000 morti l’anno solo in Italia, secondo i dati ufficiali.

Appare quantomeno contraddittorio che alcuni tra i principali sostenitori del nuovo Codice della Strada e del cosiddetto “DDL Sicurezza” siano gli stessi che tendono a minimizzare i rischi legati all’abuso di alcol, mentre si mostrano intransigenti nei confronti di sostanze il cui impatto sanitario è oggettivamente minore. A titolo esemplificativo, le recenti affermazioni del senatore Borghi sulla metodologia di calcolo del tasso alcolemico nel corpo umano sono risultate essere infondate e prive di rigore scientifico. La concentrazione di alcol nel sangue, infatti, non dipende esclusivamente dalla quantità ingerita, ma anche dalla gradazione alcolica delle bevande consumate, dal peso corporeo, dal metabolismo individuale e da altri fattori biologici.

Il messaggio implicito che sembra emergere da queste posizioni politiche è ambiguo: scoraggiare il consumo di cannabis light, pur mostrando una certa tolleranza verso l’assunzione di alcol. Una direzione comunicativa che rischia di trasmettere alla cittadinanza un segnale distorto, potenzialmente dannoso per la salute pubblica.

In ultima analisi, sono proprio i cittadini a subire le conseguenze di queste scelte normative e comunicative, che appaiono più ideologiche che basate su criteri scientifici e di buon senso.

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