È solo l’ultimo di una lunga serie di episodi che raccontano, ancora una volta, la diseducazione e l’ipocrisia con cui in Italia viene affrontato il tema delle sostanze. Un approccio che troppo spesso non si basa sulle evidenze scientifiche, ma su tradizioni, percezioni culturali e convenienze politiche, contribuendo ad alimentare una narrazione profondamente incoerente.
Protagonista, questa volta, è l’ex Presidente della Regione Veneto e attuale Presidente del Consiglio regionale del Veneto, Luca Zaia, che in un post pubblicato su Instagram ha celebrato una tradizione popolare veneta: bere un bicchiere di vino bianco appena svegli, a stomaco vuoto, il primo agosto, perché – secondo un’antica credenza – aiuterebbe a proteggersi dal morso dei serpenti e dalla cosiddetta “febbre d’estate”. Il messaggio è accompagnato da una fotografia che lo ritrae sorridente con il calice in mano, contribuendo a trasmettere un’immagine positiva e simpatica del consumo di alcol.

È bene chiarire subito un punto fondamentale. La nostra non è una crociata contro il vino, né contro l’alcol in generale. Nessuno mette in discussione il valore storico, culturale e sociale che il vino ha avuto e continua ad avere nel nostro Paese. Il problema riguarda il modo in cui questa sostanza viene raccontata quando a farlo sono figure istituzionali, il linguaggio utilizzato e il messaggio che arriva ai cittadini.
Quando un rappresentante delle istituzioni normalizza o addirittura celebra il consumo di alcol, anche se richiamandosi a una tradizione popolare, contribuisce inevitabilmente a rafforzare l’idea che questa sostanza sia sostanzialmente innocua o comunque priva di particolari criticità . È proprio questa leggerezza comunicativa a destare perplessità , soprattutto in un momento storico in cui la salute pubblica dovrebbe essere affrontata con maggiore rigore e responsabilità .
Due pesi e due misure nel dibattito sulle sostanze
Ancora una volta assistiamo così a un evidente doppio standard. Da una parte l’alcol viene raccontato come simbolo di convivialità , cultura e tradizione, spesso senza alcun richiamo ai rischi legati al suo consumo. Dall’altra la cannabis continua a essere descritta nel dibattito pubblico come il male assoluto, una sostanza in grado di “friggere il cervello”, distruggere il futuro dei giovani e rappresentare una costante minaccia per la sicurezza della società .
Eppure la letteratura scientifica e i dati epidemiologici raccontano una realtà decisamente più complessa. L’alcol è classificato come sostanza cancerogena di Gruppo 1 dall’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC), la stessa categoria che comprende sostanze per le quali esistono prove certe di cancerogenicità nell’uomo. Il suo consumo è associato a numerose patologie croniche, malattie cardiovascolari, danni epatici, incidenti stradali, violenza domestica e molte forme di tumore.

Solo in Italia l’alcol è correlato a circa 17.000 decessi ogni anno, pari a quasi 48 morti al giorno. A livello mondiale le vittime attribuibili al suo consumo sono circa 2,7 milioni ogni anno, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità . Numeri enormi che raramente trovano spazio nel dibattito pubblico con la stessa intensità con cui vengono enfatizzati i rischi di altre sostanze.
Questo non significa minimizzare i possibili effetti negativi della cannabis o sostenere che sia completamente priva di rischi. Come qualsiasi sostanza psicoattiva, anche la cannabis richiede informazione, consapevolezza e un utilizzo responsabile. Esistono situazioni nelle quali il suo consumo può essere sconsigliato o comportare effetti indesiderati. Proprio per questo il tema dovrebbe essere affrontato attraverso la divulgazione scientifica e non mediante slogan o campagne costruite esclusivamente sulla paura.
La salute pubblica dovrebbe basarsi sulla scienza, non sull’ipocrisia
Chi ricopre incarichi istituzionali dovrebbe avere il compito di favorire una comunicazione equilibrata, coerente con le evidenze disponibili e capace di aiutare i cittadini a comprendere rischi e benefici delle diverse sostanze senza pregiudizi ideologici. La salute pubblica non può essere tutelata utilizzando due pesi e due misure a seconda della sostanza di cui si parla.
Ed è proprio qui che emerge il grande paradosso italiano. Una sostanza responsabile di milioni di morti ogni anno è perfettamente legale, profondamente radicata nella cultura nazionale e viene spesso celebrata pubblicamente in nome della tradizione. Un’altra, utilizzata anche in ambito terapeutico e che, secondo le attuali conoscenze scientifiche, non ha mai provocato decessi diretti per tossicità , continua invece a essere demonizzata, perseguita penalmente e presentata come il nemico pubblico per eccellenza.
Non si tratta di stabilire quale sostanza sia “buona” o “cattiva”. Si tratta di chiedere coerenza. Se davvero l’obiettivo è tutelare la salute dei cittadini, allora ogni sostanza dovrebbe essere raccontata con lo stesso metro di giudizio: quello della scienza, dei dati e della responsabilità istituzionale, non quello dell’ipocrisia o della convenienza politica.
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