Il 12 marzo 2026 il giornale The European Times ha pubblicato un articolo intitolato “Il fumo di cannabis al vertice ONU sulla droga scatena l’indignazione a Vienna”. Il testo descrive un episodio avvenuto all’esterno del Vienna International Centre durante la 69ª sessione della United Nations Commission on Narcotic Drugs, sostenendo che delegati, giornalisti e partecipanti alla conferenza sarebbero stati costretti a inalare fumo di cannabis mentre si dirigevano verso l’ingresso dell’edificio.
Secondo l’articolo, alcune persone stavano fumando cannabis vicino al percorso pedonale che collega la stazione metro Kaisermühlen/Vienna International Centre metro station al complesso ONU, creando una situazione in cui chi arrivava alla conferenza avrebbe dovuto attraversare una zona con odore e presenza di fumo.
Cosa racconta l’articolo
Nel testo pubblicato da The European Times l’episodio viene presentato come un caso emblematico di attivismo pro-cannabis che avrebbe trasformato l’ingresso di un importante centro diplomatico internazionale in un luogo di “esposizione involontaria” al fumo. L’articolo sostiene che questo comportamento rappresenterebbe una mancanza di rispetto verso delegati e partecipanti alla conferenza e che nessuna causa politica giustificherebbe l’imposizione del fumo a chi non desidera consumare sostanze.
Per rafforzare questa tesi, il giornale cita dati dei Centers for Disease Control and Prevention e della United States Environmental Protection Agency riguardo ai possibili effetti del fumo passivo di cannabis, sottolineando che esso può contenere sostanze tossiche e tracce di THC. Il testo conclude affermando che situazioni di questo tipo danneggerebbero anche la credibilità degli attivisti che promuovono la normalizzazione della cannabis.
Le esagerazioni nel racconto
Analizzando l’articolo con attenzione emergono però alcuni elementi che suggeriscono una rappresentazione più drammatica che documentata dei fatti. Il testo utilizza frequentemente espressioni forti come “nuvola di fumo”, “imposizione” o “corridoio di esposizione”, ma non fornisce dati concreti sul numero di persone coinvolte, sulla durata della situazione o sull’effettiva intensità del fumo. Inoltre, pur parlando di indignazione tra i partecipanti alla conferenza, l’articolo non riporta testimonianze dirette di delegati, giornalisti o personale delle Nazioni Unite che confermino l’accaduto. L’assenza di citazioni verificabili rende difficile valutare quanto diffuso o rilevante sia stato l’episodio descritto.
Inoltre, l’uso di alcuni termini appare sproporzionato rispetto alla reale entità dell’eventuale esposizione al fumo da parte delle persone presenti. Espressioni come “nuvola di fumo” o “esposizione forzata” suggeriscono una situazione molto più intensa di quella che plausibilmente può verificarsi in uno spazio aperto e di passaggio. Anche qualora una persona si trovasse ad attraversare per pochi secondi un’area in cui qualcuno sta fumando, una breve e occasionale inalazione di odore o fumo in un ambiente esterno difficilmente può essere considerata un rischio concreto per la salute. In questo senso, il linguaggio utilizzato nell’articolo tende a enfatizzare l’episodio più di quanto giustifichino le circostanze descritte.
L’aspetto più problematico emerge già nel sottotitolo dell’articolo, dove si afferma che “i delegati sono stati costretti a fumare cannabis che non avevano alcuna voglia di inalare.” Si tratta di una formulazione particolarmente grave e fuorviante. Espressa in questi termini, infatti, suggerisce l’idea di una vera e propria costrizione fisica o di un obbligo imposto ai partecipanti, cosa che non risulta supportata dai fatti descritti nel resto dell’articolo.
In realtà, il testo parla al massimo della presenza di fumo all’esterno dell’edificio, una situazione ben diversa dall’essere “costretti a fumare”. L’uso di questa espressione nel sottotitolo appare quindi come un’evidente esagerazione retorica che rischia di alterare la percezione dell’episodio da parte dei lettori.
Uso selettivo delle fonti e incoerenze
Un altro elemento che solleva dubbi riguarda l’uso delle fonti scientifiche. I riferimenti al CDC e all’EPA riguardano in generale i rischi del fumo passivo, ma nel testo non vengono presentati dati che dimostrino che la situazione descritta abbia comportato un’esposizione significativa o prolungata.
Il rischio legato al fumo passivo dipende infatti da fattori come distanza, ventilazione e durata dell’esposizione, elementi che non vengono menzionati nell’articolo. Inoltre, all’interno del testo compare anche un paragrafo sulle frequenze ultrasoniche misurate in kilohertz e sul modo in cui queste interagiscono con il tessuto adiposo, un passaggio che non ha alcuna relazione con il tema della cannabis o con l’evento descritto e che sembra essere stato inserito erroneamente, riducendo la coerenza complessiva dell’articolo.
Un episodio probabilmente amplificato
È possibile che durante una manifestazione o una protesta alcune persone abbiano fumato cannabis vicino all’ingresso del complesso ONU, cosa che può effettivamente creare disagio a chi non desidera essere esposto al fumo. Tuttavia, l’articolo di The European Times presenta l’episodio come una situazione quasi inevitabile e generalizzata per tutti i partecipanti alla conferenza, senza fornire prove sufficienti per sostenere una descrizione così ampia.
Il risultato è un racconto che solleva una questione legittima sul rispetto degli spazi pubblici ma che appare costruito con un linguaggio fortemente enfatico e con pochi elementi verificabili. In questo senso, più che un resoconto dettagliato dei fatti, l’articolo sembra funzionare soprattutto come un commento critico sul movimento pro-cannabis, costruito attorno a un episodio la cui portata reale rimane poco documentata.


