Dopo una lunga battaglia giudiziaria durata oltre sei anni, la comunità rastafariana del Kenya ha subito una significativa battuta d’arresto. L’Alta Corte ha infatti respinto il ricorso presentato dalla Rastafari Society of Kenya, confermando che il divieto di coltivazione, possesso e consumo di cannabis previsto dalla legislazione nazionale non viola il diritto alla libertà religiosa sancito dalla Costituzione.
La decisione rappresenta uno dei casi più rilevanti degli ultimi anni nel Paese in materia di libertà di culto e politiche sulle droghe. Pur rigettando la richiesta dei ricorrenti, il tribunale ha riconosciuto che il tema della cannabis merita un confronto più ampio, che coinvolga non solo gli aspetti religiosi, ma anche quelli sanitari, economici e sociali.
Come nasce la vicenda
Il procedimento ha avuto origine quando la Rastafari Society of Kenya, insieme ad alcuni suoi membri, ha deciso di rivolgersi alla giustizia costituzionale per ottenere un riconoscimento molto specifico: non la legalizzazione della cannabis per tutti, ma un’esenzione destinata esclusivamente ai fedeli rastafariani.
Secondo i ricorrenti, la cannabis costituisce un sacramento della loro fede e viene utilizzata durante pratiche spirituali e momenti di culto. Per questo motivo chiedevano di poter coltivare, detenere e consumare la pianta all’interno delle proprie abitazioni o in luoghi di culto autorizzati, senza incorrere nelle sanzioni previste dalla legge.
La comunità sosteneva che il divieto assoluto imposto dallo Stato limitasse ingiustamente la libertà di professare la propria religione, tutelata dalla Costituzione keniota.
Le ragioni dello Stato
Il Governo si è opposto alla richiesta sostenendo che introdurre un’eccezione religiosa avrebbe reso molto più complessa l’applicazione delle norme antidroga.
Secondo le autorità, una deroga avrebbe potuto creare difficoltà nei controlli delle forze dell’ordine e aprire la strada ad abusi, rendendo più semplice mascherare attività di coltivazione o traffico illegale dietro una presunta finalità religiosa.
Lo Stato ha inoltre evidenziato come la normativa vigente sia finalizzata alla tutela della salute pubblica e debba essere applicata in modo uniforme a tutti i cittadini, senza introdurre eccezioni difficili da verificare nella pratica.
La sentenza dell’Alta Corte
Con la decisione pronunciata dal giudice Bahati Mwamuye, l’Alta Corte ha respinto integralmente il ricorso.
Nelle motivazioni della sentenza il magistrato ha spiegato che i ricorrenti non sono riusciti a dimostrare in maniera convincente che il consumo di cannabis rappresenti un elemento essenziale e imprescindibile della religione rastafariana.
Durante il procedimento sono infatti emerse testimonianze ritenute poco coerenti. Alcuni rappresentanti della stessa comunità hanno riconosciuto che non tutti i rastafariani fanno uso di cannabis e che tale pratica non costituisce un obbligo religioso per ogni fedele.
Per il giudice, questa circostanza ha reso difficile sostenere che il divieto previsto dalla legge impedisca concretamente l’esercizio della libertà di culto. Di conseguenza, la Corte ha concluso che non esistessero i presupposti costituzionali per concedere l’esenzione richiesta.
Le conseguenze della decisione
La sentenza conferma quindi la piena validità della normativa keniota sugli stupefacenti.
Nel Paese il possesso di cannabis continua a costituire un reato penale, punibile con pene detentive e sanzioni economiche. Le conseguenze diventano ancora più severe nei casi di coltivazione e traffico illecito, per i quali la legge prevede condanne sensibilmente più elevate.
Per il momento, dunque, nessuna categoria religiosa potrà beneficiare di un trattamento differenziato rispetto alle disposizioni vigenti.

Un dibattito che resta aperto
Pur respingendo il ricorso, il giudice Mwamuye ha sottolineato come la questione della cannabis non riguardi esclusivamente la comunità rastafariana.
Secondo il magistrato, il Kenya dovrebbe affrontare un dibattito pubblico più ampio sul tema, considerando le implicazioni economiche, industriali, mediche e sociali che la cannabis sta assumendo in numerosi Paesi del mondo.
Negli ultimi anni anche in Kenya si sono moltiplicate le proposte favorevoli a una regolamentazione della cannabis destinata ad usi terapeutici o industriali. I sostenitori ritengono che un eventuale mercato legale potrebbe generare nuovi investimenti, creare occupazione e produrre entrate fiscali per lo Stato.
Al momento, però, qualsiasi cambiamento dovrà passare attraverso il Parlamento. La Corte ha infatti ribadito che spetta al legislatore, e non ai giudici, decidere se modificare l’attuale disciplina.
Possibile ricorso in appello
La vicenda giudiziaria potrebbe non essere conclusa.
Dopo la pubblicazione della sentenza, i rappresentanti della Rastafari Society of Kenya hanno annunciato l’intenzione di impugnare la decisione davanti alla Corte d’Appello, sostenendo che il diritto alla libertà religiosa non sia stato adeguatamente tutelato.
L’esito dell’eventuale appello potrebbe rappresentare un nuovo capitolo in una discussione destinata probabilmente a proseguire ancora a lungo. Nel frattempo, la decisione dell’Alta Corte conferma che, almeno per ora, in Kenya la cannabis rimane vietata anche quando il suo utilizzo viene rivendicato come parte di una pratica religiosa.
Fonti e approfondimenti
Associated Press
https://apnews.com/article/5a6f750a9c6fbe8e2adfba0192fe27a7 Religion News Service
https://religionnews.com/2026/07/16/kenyan-court-dismisses-rastafari-case-seeking-to-legalize-marijuana/ AllAfrica (Capital FM Kenya)
https://allafrica.com/stories/202607150459.html Tuko Kenya
https://www.tuko.co.ke/kenya/632762-rastafarian-society-rejects-ruling-bhang-heads-court-appeal-fight/ TimesLIVE
https://www.timeslive.co.za/news/africa/2026-07-16-kenyan-court-dismisses-rastafari-case-seeking-to-legalise-cannabis/


