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Abuso di fentanyl: Mantovano lo associa alla legalizzazione della cannabis

L’intervento del Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, Alfredo Mantovano, durante la 68ª Assemblea della Commission on Narcotic Drugs dell’ONU a Vienna, meriterebbe un’analisi approfondita sotto diversi aspetti, dalle citazioni di Pasolini ai riferimenti, talvolta distorti, a concetti di cultura e libertà espressi senza un senso logico.

In questo contesto, desideriamo soffermarci solo su un’affermazione del sottosegretario:

“Le immagini drammatiche dal Nord America, persone incoscienti per l’assunzione del fentanyl, non mostrano un incidente, ma la conseguenza di culture e idee distorte di libertà in voga dagli anni novanta. In tal senso va considerata una possibile correlazione tra i picchi pandemici di queste tragedie e l’esperienza locale della legalizzazione.

Sostanzialmente, il Sottosegretario sostiene l’esistenza di una possibile correlazione tra l’abuso di fentanyl e la legalizzazione della cannabis. Sarà davvero cosi o è una fake news? Noi la reputiamo un affermazione al quanto fuorviante.

Attribuire la responsabilità di questa crisi alla legalizzazione, piuttosto che analizzare il contesto socio-economico di determinati Paesi, le condizioni delle periferie in mano alla criminalità e la mancanza di interventi strutturali da parte dello Stato, appare una semplificazione eccessiva.

L’idea che la regolamentazione delle droghe leggere possa ridurre la percezione del pericolo nei confronti delle sostanze stupefacenti in generale non trova alcun riscontro empirico.

Seguendo questa logica, si potrebbe sostenere che l’alcol – una droga a tutti gli effetti, legalizzata in tutto il mondo e responsabile di tre milioni di morti all’anno – dovrebbe agire da deterrente per coloro che poi fanno uso di fentanyl o altre sostanze pesanti. Un’ipotesi chiaramente privata di fondamento.

Come accade di frequente, i governanti italiani tendono a spostare l’attenzione sull’argomento legalizzazione, cavalcando l’onda del proibizionismo come unica soluzione. Un’analisi più approfondita, invece, potrebbe aprire dibattiti e sollevare interrogativi su una molteplicità di fattori che potrebbero essere le reali responsabilità di crisi analoghe.

Nel corso degli anni, si è frequentemente discusso dell’impatto che fattori quali le condizioni di degrado di alcune periferie, la disoccupazione, la discriminazione sociale e la carenza di strutture dedicate all’integrazione possono avere sull’abuso di droghe pesanti. Non sembra essere una coincidenza che la maggior parte di queste crisi si verifichi in contesti indipendenti da tali problematiche.

In conclusione, possiamo dire senza dubbio che l’affermazione del sottosegretario Mantovano, risulta al quanto fuorviante e priva di consistenza per quanto riguarda la letteratura casistica e scientifica.

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