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Cannabis e adolescenti: il rischio psichiatrico è davvero dimostrato?

È importante chiarire fin da subito che questo articolo non ha alcuna intenzione di incentivare l’uso di cannabis, tantomeno tra gli adolescenti. L’obiettivo è esclusivamente quello di analizzare in modo critico, accurato e imparziale uno studio scientifico molto citato, per comprenderne meglio portata, limiti e corrette modalità di interpretazione.

In questo contesto, va anche segnalato come alcuni media abbiano presentato i risultati in modo potenzialmente fuorviante. Il magazine Donna Moderna, ad esempio, ha titolato: “Cannabis e adolescenti: dimostrato il rischio psichiatrico”. Un’espressione di questo tipo può risultare problematica, perché il termine “dimostrato” suggerisce un rapporto di causa-effetto. In realtà, lo studio in questione non dimostra una causalità, ma evidenzia un’associazione statistica, che è concettualmente e scientificamente diversa.

Come è stato condotto lo studio

Negli ultimi tempi, uno studio pubblicato su JAMA Health Forum è stato spesso citato per sostenere che l’uso di cannabis negli adolescenti sarebbe associato a diversi rischi per la salute. Tuttavia, per comprendere davvero il significato di questi risultati, è fondamentale guardare con attenzione a come lo studio è stato condotto e, soprattutto, a cosa è stato effettivamente misurato.

Si tratta di uno studio osservazionale basato su dati raccolti durante visite pediatriche di routine. In questo contesto, gli adolescenti venivano sottoposti a uno screening standardizzato, all’interno del quale veniva posta una domanda sul consumo di cannabis nell’ultimo anno. È un punto centrale: l’identificazione dei “consumatori” non avviene tramite esami biologici o misurazioni oggettive, ma attraverso autodichiarazione. In altre parole, lo studio distingue semplicemente tra chi ha dichiarato di aver fatto uso almeno una volta e chi ha dichiarato di non averlo fatto.

Accanto a questa informazione, i ricercatori hanno utilizzato dati già presenti nelle cartelle cliniche elettroniche, come alcune caratteristiche demografiche e indicatori generali di salute mentale. Questi ultimi derivano in parte da brevi questionari di screening e in parte da diagnosi già registrate, ma non corrispondono a una valutazione psichiatrica approfondita per ogni individuo. L’obiettivo dello studio, infatti, non era descrivere nel dettaglio i singoli pazienti, bensì individuare eventuali associazioni statistiche su larga scala.

I limiti nei dati raccolti

Ed è proprio qui che emerge il primo grande limite interpretativo. Il consumo di cannabis è stato trattato come una variabile estremamente semplificata: uso sì o no nell’ultimo anno. Non sono state raccolte informazioni sulla quantità consumata, sulla frequenza, né sulla potenza delle sostanze utilizzate. Questo significa che nello stesso gruppo rientrano situazioni molto diverse, come chi ha provato cannabis una sola volta e chi ne fa un uso regolare o intensivo. La mancanza di dati sulle dosi impedisce di analizzare quella che in epidemiologia è una relazione fondamentale, ovvero la relazione dose-risposta: sapere se e come il rischio cambia al variare del consumo.

Un altro aspetto rilevante riguarda la dimensione individuale. Lo studio non entra nel merito della storia personale degli adolescenti, del loro contesto familiare o sociale, né delle motivazioni che possono aver portato all’uso di cannabis. Non vengono considerati fattori come eventi traumatici, condizioni di disagio preesistenti o l’eventuale uso della sostanza come forma di automedicazione. Anche la valutazione della salute mentale, pur presente, resta limitata a strumenti sintetici e standardizzati, lontani dalla complessità di una diagnosi clinica completa.

Come interpretare correttamente i risultati

Questi elementi hanno conseguenze importanti sull’interpretazione dei risultati. Lo studio evidenzia alcune associazioni tra uso dichiarato di cannabis e determinati esiti di salute, ma non è in grado di stabilire relazioni causali. In particolare, non è possibile capire se sia l’uso della sostanza a contribuire ai problemi osservati o se, al contrario, siano adolescenti già in difficoltà a essere più inclini al consumo. Senza un’analisi approfondita dei fattori individuali e senza dati quantitativi sull’uso, il rischio di confondere correlazione e causalità diventa concreto.

adolescenti

A questo si aggiunge un ulteriore limite: il fatto che i dati siano auto-riferiti. Le risposte degli adolescenti possono essere influenzate da memoria, percezione personale o desiderio di non esporsi, portando potenzialmente a sottostime del consumo reale. Anche questo elemento contribuisce a rendere il quadro meno preciso di quanto potrebbe sembrare a una lettura superficiale.

Tutto ciò non significa che lo studio sia privo di valore. Al contrario, offre un’ampia fotografia su larga scala e segnala possibili aree di attenzione. Tuttavia, è importante evitare interpretazioni eccessivamente semplificate o allarmistiche. Quando si affermano rischi generali senza distinguere tra livelli, modalità e contesti di consumo, si rischia di attribuire alla cannabis un effetto uniforme che i dati, così come sono stati raccolti, non possono realmente dimostrare.

In definitiva, il contributo dello studio va letto per ciò che è: un’analisi osservazionale che individua associazioni, ma che lascia aperte molte domande fondamentali. Tra queste, la più rilevante resta forse proprio quella che non è stata affrontata: quanto conta, davvero, la quantità di consumo nel determinare i rischi osservati negli adolescenti?

Approfondimento e studi di riferimento

L’articolo pubblicato da Donna Moderna il 25 marzo 2026 sostiene che sarebbe ormai “dimostrato” un rischio psichiatrico della cannabis negli adolescenti. È un titolo efficace, ma scientificamente più forte di quanto consentano i dati.

Lo studio su cui si appoggia, pubblicato su JAMA Health Forum e basato su oltre 463 mila adolescenti, mostra infatti un’associazione statistica tra uso di cannabis e successiva diagnosi di disturbi psicotici, bipolari, depressivi e d’ansia; non dimostra però da solo che la cannabis sia la causa diretta di tutti questi esiti. Gli stessi autori collocano i loro risultati dentro una letteratura in cui, per alcuni disturbi, le evidenze sono molto più solide che per altri.

Il primo punto da correggere, quindi, è il linguaggio. Dire “dimostrato il rischio psichiatrico” suggerisce che il rapporto di causa-effetto sia stato chiuso una volta per tutte. Non è così. Gli studi osservazionali molto grandi sono preziosi, ma restano vulnerabili a fattori di confondimento: vulnerabilità familiare, predisposizione genetica, traumi infantili, altri consumi, problemi psichici già presenti ma non ancora diagnosticati. Non a caso, il paper di JAMA Health Forum ricorda esplicitamente che non tutti gli studi precedenti hanno trovato lo stesso aumento di rischio, e che per l’ansia i risultati sono stati “meno consistenti”.

Il secondo punto riguarda la psicosi, che è l’area dove il segnale scientifico è più serio. Qui non avrebbe senso negare il problema: le revisioni autorevoli, incluse quelle delle National Academies, indicano che l’uso di cannabis è verosimilmente associato a un aumento del rischio di schizofrenia e altri disturbi psicotici, soprattutto con uso più intenso. Però anche in questo campo non tutto è lineare come spesso viene raccontato.

Studi su gemelli e disegni “co-twin control”, che servono proprio a ridurre il peso dei fattori familiari condivisi, hanno trovato che una parte importante dell’associazione potrebbe essere spiegata da vulnerabilità familiari e genetiche preesistenti, non solo dall’esposizione alla sostanza. In uno studio longitudinale su gemelli del 2021, l’associazione osservata a livello generale scompariva nei confronti all’interno della coppia, suggerendo che il legame potrebbe essere in larga misura dovuto a confondenti familiari.

Questo non significa che “la cannabis non c’entri nulla”. Significa qualcosa di più preciso: che la relazione potrebbe essere più piccola e più selettiva di quanto suggeriscano certi titoli. Anche gli studi di randomizzazione mendeliana, che usano varianti genetiche come strumento per avvicinarsi alla causalità, non chiudono definitivamente il dibattito in modo univoco. Un lavoro del 2016 ha trovato qualche evidenza a favore di un effetto causale della cannabis sul rischio di schizofrenia, ma ha anche concluso che l’effetto plausibile potrebbe essere modesto e che l’evidenza in senso opposto — cioè che il rischio di schizofrenia aumenti la probabilità di iniziare a usare cannabis — potrebbe essere persino più forte.

Il terzo punto da contestare riguarda depressione e ansia, che nell’articolo di Donna Moderna vengono messe nello stesso pacchetto della psicosi. Qui la letteratura è decisamente meno netta. Le National Academies, in una revisione molto citata, hanno concluso che l’uso di cannabis non sembra aumentare la probabilità di sviluppare depressione o disturbi d’ansia in modo convincente, pur riconoscendo eccezioni come il possibile aumento del rischio di ansia sociale con uso regolare e un’associazione tra uso pesante e ideazione suicidaria. In altre parole: per psicosi il livello di allarme è maggiore; per depressione e ansia, trasformare il quadro in un “è stato dimostrato” è una forzatura.

Anche alcuni studi quasi-sperimentali sui gemelli vanno nella stessa direzione di maggiore prudenza interpretativa. Un lavoro su tre coorti longitudinali di gemelli pubblicato nel 2021 ha trovato che i ragazzi che usavano più cannabis in adolescenza mostravano in media più psicopatologia e peggiori esiti socioeconomici da giovani adulti; tuttavia gli autori hanno concluso che i dati offrivano scarso supporto a una relazione causale forte tra uso adolescenziale di cannabis e successiva salute mentale o abilità cognitive. L’effetto più credibile emerso dallo studio riguardava piuttosto il peggioramento del funzionamento scolastico durante gli anni delle superiori, con possibili ricadute successive.

Un altro elemento trascurato dall’articolo è che parlare genericamente di “cannabis” è scientificamente povero. Conta molto che cosa si assume: potenza del THC, presenza di CBD, frequenza d’uso, età di inizio, vulnerabilità individuale, consumo concomitante di alcol o altre sostanze. Su questo punto l’articolo fa un cenno utile distinguendo THC e CBD, ma poi torna a usare il termine “cannabis” come se fosse un blocco unico. In realtà la stessa letteratura distingue nettamente tra cannabinoidi diversi: il CBD, per esempio, è stato studiato anche per possibili proprietà antipsicotiche, mentre il THC è il componente maggiormente associato agli effetti psicotomimetici.

C’è poi un problema di comunicazione pubblica. Presentare il tema con il frame “la cannabis non è più una droga leggera” può avere una funzione deterrente, ma rischia di sostituire l’informazione con lo slogan. La scienza non ragiona in termini di “leggera” o “pesante” in senso giornalistico; ragiona in termini di dose, frequenza, età di esposizione, composizione del prodotto e suscettibilità individuale. Un adolescente con familiarità per psicosi, uso frequente e prodotti ad alto THC non ha lo stesso rischio di un consumatore occasionale senza quei fattori. Appiattire tutto sotto un’unica etichetta può fare cattiva divulgazione tanto quanto minimizzare il problema.

La conclusione più onesta, allora, non è che l’articolo di Donna Moderna sia “falso”. È che è sbilanciato. Il messaggio prudenziale — evitare o ritardare il più possibile l’uso di cannabis per gli adolescenti — è coerente con gran parte delle evidenze, soprattutto per quanto riguarda il rischio psicotico. Ma il titolo e alcuni passaggi interni spingono oltre ciò che la letteratura consente di affermare con sicurezza: confondono associazione e causalità, trattano come omogenei esiti clinici diversi, e non rendono abbastanza visibile il peso di vulnerabilità pregresse e fattori confondenti.

La posizione più rigorosa, oggi, è questa: negli adolescenti la cannabis merita cautela reale, ma il quadro non autorizza slogan assoluti. Il rischio più convincente riguarda psicosi e disturbi correlati, soprattutto in sottogruppi vulnerabili e con uso più intenso; per depressione e ansia le conclusioni restano molto più incerte; e una parte dell’associazione osservata nei grandi studi potrebbe riflettere vulnerabilità familiari, genetiche o psicologiche preesistenti. È una verità meno comoda di un titolo allarmistico, ma molto più vicina alla scienza.


Studi di riferimento

  • Young-Wolff KC et al., Adolescent Cannabis Use and Risk of Psychotic, Bipolar, Depressive, and Anxiety Disorders, JAMA Health Forum, 2026.
  • National Academies of Sciences, Engineering, and Medicine, The Health Effects of Cannabis and Cannabinoids, 2017.
  • Schaefer JD et al., Adolescent Cannabis Use and Adult Psychoticism: A Longitudinal Co-Twin Control Analysis, 2021.
  • Schaefer JD et al., Associations between adolescent cannabis use and young-adult functioning in three longitudinal twin studies, PNAS, 2021.
  • Gage SH et al., Assessing causality in associations between cannabis use and schizophrenia risk: a two-sample Mendelian randomization study, 2016.
  • Vaucher J et al., Cannabis use and risk of schizophrenia: a Mendelian randomization study, Molecular Psychiatry, 2018.

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Autore

  • Classe 1992, vive in Veneto. Spirito critico. Appassionato di giornalismo ed esperto di canapa. Formazione in Cannabinologia presso Cannabiscienza  c/o Università degli Studi di Padova. Fondatore di Spazio Canapa e di salutedicanapa.it.

Classe 1992, vive in Veneto. Spirito critico. Appassionato di giornalismo ed esperto di canapa. Formazione in Cannabinologia presso Cannabiscienza  c/o Università degli Studi di Padova. Fondatore di Spazio Canapa e di salutedicanapa.it.