Il 6 luglio 2026, all’aeroporto Guglielmo Marconi di Bologna, un controllo su due passeggeri nigeriani porta alla scoperta di un carico decisamente insolito. Nei trolley ci sono oltre quaranta bottiglie contenenti un liquido marrone, apparentemente simile a una normale bevanda alcolica. Non ci sono però le necessarie autorizzazioni doganali e sanitarie e gli accertamenti eseguiti dal Laboratorio Chimico dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli rivelano la presenza di una sostanza stupefacente identificata come Monkey Tail.
Il bilancio dell’operazione, denominata “Black Poison”, è di oltre 130 litri sequestrati. Secondo gli investigatori, il quantitativo avrebbe potuto generare sul mercato illecito ricavi superiori ai 100mila euro. Uno dei due uomini è stato arrestato in flagranza, mentre il secondo è stato denunciato; il procedimento era ancora nella fase delle indagini preliminari al momento della comunicazione dell’operazione. Le autorità avevano concentrato l’attenzione sui due viaggiatori dopo aver rilevato che da circa sei mesi transitavano regolarmente dallo scalo bolognese.
Il caso ha fatto conoscere in Italia un nome quasi sconosciuto al grande pubblico. Ma la Monkey Tail non nasce oggi e, soprattutto, è più complessa di quanto suggerisca la definizione generica di “droga sintetica”.
Cos’è davvero la Monkey Tail
Nel World Drug Report 2026, l’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine inserisce espressamente la Monkey Tail tra le miscele psicoattive presenti in Nigeria. La descrive come un cocktail preparato con gin artigianale e diverse parti della pianta di cannabis: semi, foglie, fusti e radici. Nello stesso contesto vengono citate altre preparazioni diffuse nel Paese, come la “gutter water”, che può contenere tramadolo, cannabis, codeina, Rohypnol e alcol.
È quindi importante fare una distinzione. Nel comunicato relativo al sequestro di Bologna la sostanza viene definita una “droga sintetica prodotta in modo artigianale”, ma nella letteratura scientifica e nei documenti internazionali la Monkey Tail viene generalmente descritta come una preparazione o un cocktail di sostanze, non come una singola nuova molecola sintetica.
La ricetta tradizionale più documentata consiste nell’immersione della cannabis nell’Ogogoro, un distillato locale nigeriano, lasciando il materiale vegetale a macerare nell’alcol. Non esiste tuttavia un processo industriale standardizzato, una concentrazione prestabilita di principi attivi o una formulazione identica tra produttori. Ed è proprio questa variabilità a rappresentare uno degli aspetti più problematici.
Una bottiglia venduta con lo stesso nome può quindi avere caratteristiche molto differenti da un’altra: può cambiare la gradazione alcolica, la quantità e il tipo di materiale vegetale utilizzato, la concentrazione dei cannabinoidi e, soprattutto nei prodotti provenienti da circuiti clandestini, la presenza di altre sostanze o contaminanti.
In Nigeria non è affatto un fenomeno nuovo
Il sequestro di Bologna rappresenta una novità soprattutto per l’Italia, non per il Paese d’origine.
La Monkey Tail compare da anni nelle operazioni della National Drug Law Enforcement Agency (NDLEA) nigeriana. Nel settembre 2024, per esempio, l’agenzia aveva annunciato il recupero di 50 litri della miscela durante un’operazione nell’area di Lagos, descrivendola come una combinazione fermentata di cannabis e gin secco.
E il fenomeno è ancora presente nel 2026. Nei primi cinque mesi dell’anno, il comando NDLEA dello Stato di Ogun ha riferito il sequestro complessivo di oltre 170 litri di preparazioni psicoattive locali appartenenti alle categorie “skuchies” e “monkey tail”. Nel febbraio 2026 è inoltre emerso un altro caso nello Stato di Ondo relativo a decine di chilogrammi di una miscela liquida contenente cannabis e altri stupefacenti.

La Monkey Tail, dunque, non è un prodotto improvvisamente apparso nel 2026. Fa parte di un mercato di preparazioni psicoattive artigianali che da tempo interessa alcune zone dell’Africa occidentale e che ora sembra mostrare una capacità crescente di oltrepassare i mercati locali.
È proprio questo il dato più interessante del caso bolognese: una sostanza legata a un consumo prevalentemente regionale è stata intercettata in quantità rilevanti lungo una rotta aerea verso l’Europa.
Il vero problema è non sapere cosa c’è nella bottiglia
Le miscele illegali presentano un problema diverso rispetto a una sostanza chimicamente definita.
Con una molecola conosciuta è almeno possibile stabilire quale principio attivo sia presente e, attraverso un’analisi, determinarne concentrazione e purezza. Con prodotti artigianali senza standard di produzione, invece, il nome commerciale può indicare una categoria di preparazioni molto più che una composizione precisa.
Il World Drug Report 2026 dedica infatti particolare attenzione alle drug mixtures, sottolineando come possano produrre rischi aggiuntivi proprio a causa del contenuto sconosciuto al consumatore, della variazione tra un lotto e l’altro, della presenza di ingredienti potenzialmente nocivi e delle interazioni tra differenti sostanze. Le informazioni sulla circolazione di queste preparazioni rimangono inoltre incomplete perché molte non vengono sottoposte sistematicamente ad analisi di laboratorio.
Uno studio pubblicato nel 2023 ha analizzato dieci campioni di Monkey Tail acquistati nello Stato nigeriano di Bayelsa. I ricercatori hanno individuato numerosi composti e rilevato nei campioni concentrazioni medie di piombo e cadmio superiori ai valori di riferimento utilizzati nello studio. Si tratta di una ricerca circoscritta, che non permette di generalizzare i risultati a tutta la Monkey Tail circolante, ma mostra concretamente quanto possa essere eterogenea la composizione di prodotti ottenuti senza controlli di qualità.
A questo si aggiunge l’interazione tra alcol e cannabinoidi, insieme all’eventuale presenza di altre sostanze psicoattive. Il rischio non deriva quindi semplicemente dalla cannabis contenuta nella preparazione, ma dal cocktail complessivo, dalle concentrazioni sconosciute e dall’assenza di qualsiasi standard sanitario.
Da Bologna a Hong Kong: quando la droga sembra una normale bevanda
Otto giorni dopo l’operazione italiana, il 14 luglio 2026, un altro sequestro avvenuto dall’altra parte del mondo mostra un aspetto differente dello stesso cambiamento.
All’aeroporto internazionale di Hong Kong, i funzionari doganali hanno controllato due spedizioni aeree provenienti dal Vietnam e dirette in Giappone. All’interno sono stati scoperti circa 74 chilogrammi di metanfetamina liquida, per un valore stimato dalle autorità locali in circa 38 milioni di dollari di Hong Kong.
La sostanza era contenuta in 50 bottiglie di vetro presentate come succo di frutta.
Non esistono elementi che colleghino l’operazione di Hong Kong con quella di Bologna e le sostanze sono completamente differenti. Il confronto è però significativo.
In entrambi i casi un prodotto psicoattivo liquido assume l’aspetto di una merce ordinaria: una bevanda, una bottiglia di alcol, un succo di frutta. È un cambiamento che rende sempre più importante il ruolo dell’analisi del rischio, delle informazioni sulle rotte e soprattutto dei laboratori chimici.
Nel caso di Bologna, infatti, l’aspetto delle bottiglie da solo non permetteva di stabilire con certezza cosa contenessero. È stata l’analisi tossicologica a trasformare un liquido marrone apparentemente anonimo in una prova investigativa.
Un mercato globale sempre più frammentato
Il fenomeno si inserisce in uno scenario molto più ampio. Il mercato illegale delle sostanze non è più composto soltanto dalle categorie tradizionali – cannabis, cocaina, eroina, anfetamine – facilmente riconducibili a specifiche filiere.
Accanto a queste continuano a emergere nuove sostanze psicoattive, preparazioni locali, farmaci utilizzati al di fuori dell’ambito medico e cocktail che combinano molecole appartenenti a categorie differenti.
Ad agosto 2026 il sistema di allerta precoce dell’UNODC segnalava che, soltanto nel periodo 2025-2026, erano state riportate 698 sostanze psicoattive, comprese 110 segnalate per la prima volta da 33 Paesi. Il dato non riguarda direttamente la Monkey Tail, ma fotografa la velocità con cui il mercato globale continua a diversificarsi.
La stessa UNODC evidenzia inoltre come l’Africa occidentale e centrale continui a essere un’area particolarmente rilevante per l’uso non medico e il traffico di tramadolo, mentre in diversi Paesi del continente convivono sostanze tradizionali, farmaci, nuove molecole sintetiche e preparazioni artigianali.
In questo quadro, classificare una sostanza soltanto sulla base del suo nome di strada diventa sempre meno efficace.
Il problema delle priorità dello Stato italiano
Di fronte a uno scenario di questo tipo, come editori riteniamo inevitabile porre una domanda sulle priorità delle politiche italiane in materia di sostanze. Mentre compaiono sul mercato miscele artigianali dalla composizione incerta, nuove sostanze psicoattive, potenti stimolanti sintetici e prodotti nei quali il consumatore può non sapere nemmeno quali principi attivi stia assumendo, una parte considerevole del dibattito politico e dell’attività repressiva continua a concentrarsi sulla cannabis e, negli ultimi anni, perfino sui prodotti derivati dalla canapa a basso contenuto di THC.
Non significa sostenere che la cannabis sia priva di rischi, ma chiedersi se risorse investigative, amministrative e politiche limitate siano impiegate secondo una reale scala di pericolosità e di priorità sanitaria. Una sostanza vegetale conosciuta da decenni, i cui effetti e rischi sono ampiamente studiati e per la quale esistono modelli di regolamentazione già sperimentati in diversi Paesi, non può essere affrontata nello stesso modo di miscele clandestine senza composizione standardizzata o di nuove molecole che cambiano rapidamente e possono sfuggire ai sistemi di controllo.
Continuare a investire energie soprattutto nella repressione della cannabis rischia inoltre di lasciare meno spazio alla prevenzione, all’analisi tossicologica, alla riduzione del danno e all’intercettazione delle sostanze realmente emergenti. Il sequestro di Bologna dovrebbe quindi suggerire una riflessione più ampia: una politica sulle droghe efficace non dovrebbe inseguire simboli ideologici, ma concentrare le proprie risorse sui fenomeni che producono i rischi più elevati e sulle sostanze che il mercato illegale continua a reinventare.
In un panorama che cambia così velocemente, la capacità dello Stato di distinguere tra livelli di rischio differenti potrebbe essere molto più utile della scelta di trattare indiscriminatamente ogni sostanza come parte dello stesso problema.
Fonti e approfondimenti
Agenzia delle Dogane e dei Monopoli – Operazione “Black Poison”, Bologna, 6 luglio 2026:https://www.adm.gov.it/portale/en/luglio-20261ANSA – Sequestrati oltre 130 litri di droga liquida all’aeroporto di Bologna:https://www.ansa.it/emiliaromagna/notizie/2026/07/06/sequestrati-oltre-130-litri-di-droga-sintetica-liquida-allaeroporto-di-bologna_1299e7b7-2fb3-4f25-8e90-324e6c4cd517.htmlUNODC – World Drug Report 2026, “Drug mixtures”:https://data.unodc.org/wdr2026?page=100Dumbili, Ebuenyi, Ugoeze – New psychoactive substances in Nigeria: A call for more research in Africa:https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S2667118221000064Agoro & Thomas – Chemistries of Monkey Tail Drink Commonly Patronized in Otuoke, Bayelsa State, Nigeria:https://scialert.net/fulltext/?doi=ajft.2023.1.7National Drug Law Enforcement Agency – sequestri di Monkey Tail in Nigeria:https://ndlea.gov.ng/blog/auto-parts-dealer-arrested-over-heroin-loud-shipments-concealed-in-lamps-sofa-legsHong Kong Customs – 74 kg di metanfetamina liquida sequestrati il 14 luglio 2026:https://www.customs.gov.hk/en/customs-announcement/press-release/index_id_5460.html


