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Paul Smith, il “Gandalf” neozelandese della cannabis: serra distrutta e processo

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L’uomo che molti nella comunità conoscono come “Gandalf” camminava a piedi nudi tra letti di terra rovesciati, vetri in frantumi e travi di legno crollate con chiodi sporgenti. Era ciò che restava della sua serra dopo l’irruzione della polizia. Per lui non era soltanto una struttura abbattuta: era il cuore di un progetto personale costruito nel tempo.

Racconta di essere cresciuto negli anni ’60 con scarsa supervisione da parte degli adulti: passato da un parente all’altro, trascorso del tempo in un orfanotrofio e lasciato la scuola a 14 anni. È diventato vegano per un periodo e ha coltivato il proprio cibo. Dopo aver incontrato sua moglie Karen, con la quale ha tre figli e nipoti, si è trasferito in una proprietà a circa mezz’ora dalla strada asfaltata più vicina. La famiglia cacciava capre selvatiche e, occasionalmente, qualche maiale, e viveva dei prodotti della terra.

Nel giardino della sua casa, in una zona rurale della Nuova Zelanda, Paul Smith 66 anni, aveva costruito una piccola serra accanto all’orto. Lì coltivava cannabis da anni, convinto che fosse l’unico rimedio realmente efficace contro dolori cronici e disturbi che, a suo dire, le terapie tradizionali non erano riuscite a controllare.

Non parlava di un’attività commerciale né di un traffico clandestino. La produzione, secondo la sua versione, era limitata al consumo personale. La coltivazione rappresentava una forma di autogestione della propria salute, maturata dopo un lungo percorso tra visite mediche e trattamenti che non avevano dato i risultati sperati. Con il tempo, quella serra è diventata per lui uno spazio essenziale, simbolo di autonomia e di qualità della vita riconquistata.

L’irruzione e le accuse

L’intervento delle forze dell’ordine ha interrotto bruscamente questa routine. In seguito a una segnalazione, la polizia ha fatto irruzione nella proprietà, sequestrando e distruggendo le piante. La serra è stata smantellata e nei confronti di Smith è scattata l’accusa di coltivazione illegale di cannabis, reato che nel Paese resta perseguibile anche quando la sostanza è destinata all’uso personale.

Secondo l’accusa, la normativa è chiara: la coltivazione domestica di cannabis non è consentita senza autorizzazioni specifiche, anche se finalizzata a scopi terapeutici. La Nuova Zelanda ha introdotto negli ultimi anni un sistema regolamentato per l’accesso ai prodotti a base di cannabinoidi, disponibili su prescrizione medica e attraverso canali autorizzati, ma questo non include l’autoproduzione.

La difesa di Gandalf sostiene invece che l’uomo abbia agito per necessità medica, senza alcuna intenzione di distribuire o vendere la sostanza. I suoi legali evidenziano come la quantità coltivata fosse compatibile con un uso esclusivamente personale e come il ricorso alla cannabis fosse legato a condizioni di salute documentate.

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Paul Smith (Gandalf) nella sua serra distrutta dalla Polizia

Una questione che va oltre il singolo caso

Il processo ha riacceso un confronto più ampio nel dibattito pubblico neozelandese. Dopo il referendum del 2020 sulla legalizzazione della cannabis a uso ricreativo, respinto di misura, il tema è rimasto sensibile e divisivo. Se da un lato esiste un quadro normativo per l’uso terapeutico, dall’altro molti pazienti lamentano costi elevati, tempi lunghi e difficoltà di accesso ai prodotti autorizzati.

La vicenda di Paul Smith si colloca proprio in questa zona grigia: tra una legge che vieta l’autocoltivazione e la rivendicazione di un diritto individuale alla cura. La decisione del tribunale non determinerà soltanto l’esito personale dell’imputato, ma potrebbe contribuire a ridefinire il confine tra rispetto delle regole e tutela della salute in un sistema ancora in evoluzione.

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