Fabio Colapietro, 39 anni, originario di Chivasso e residente a Settimo Torinese, è stato trovato morto nella notte tra il 24 e il 25 settembre in un appartamento di via Tommaso Gulli. Il suo corpo era stato smembrato e occultato.
Nelle ricostruzioni dell’omicidio sui media, il consumo di sostanze stupefacenti ha assunto un ruolo centrale, fino a diventare l’elemento dominante del racconto della vicenda.
Ma la sua vita aveva un valore che nessuna sostanza può cancellare, nonostante si finisca per parlare di ciò che consumava più che della persona che abbiamo perso.
Quando la droga diventa più importante della persona
La parola «droga» è comoda: la pronunci e credi di aver capito tutto. Ti risparmia la fatica di riflettere, di distinguere un reato da una dipendenza, di chiederti perché una persona consumi, quale piacere cerchi o quale dolore provi a reprimere, se abbia bisogno di aiuto e, soprattutto, se riesca a trovarlo. E ti fa dimenticare una cosa: una dipendenza non fa perdere i propri diritti.
Conseguenze che derivano anche dalle scelte politiche. L’esperienza internazionale ha mostrato i limiti delle risposte fondate sulla sola repressione e gli effetti dannosi della criminalizzazione di chi consuma. Secondo UNAIDS, gli approcci punitivi ostacolano l’accesso ai programmi di riduzione del danno e, nel caso dell’eroina, sono associati alla condivisione delle siringhe e a un maggiore rischio di HIV. Il timore di essere puniti, di conseguenza, può allontanare proprio le persone che avrebbero bisogno di sostegno.
Riduzione del danno: cosa significa davvero
È facile invocare il pugno duro. Più impegnativo costruire servizi accessibili, riduzione del danno, cura senza pregiudizi. Le politiche di riduzione del danno traducono questa esigenza in interventi concreti, come ad esempio materiale sterile, prevenzione delle overdose, distribuzione di naloxone, lavoro di prossimità, servizi di drug checking (analisi delle sostanze) e accesso ai percorsi di cura, anche per chi continua a consumare. L’EUDA, l’Agenzia dell’Unione europea sulle droghe, ne riconosce il ruolo nella riduzione delle conseguenze sanitarie e sociali del consumo.
Le politiche di riduzione del danno riguardano tutte le droghe, anche la cocaina, il crack, l’MDMA e altre sostanze. In questo ambito, il drug checking consente di analizzare la composizione dei campioni, individuare sostanze inattese e fornire informazioni su ciò e sui rischi. Infatti l’EUDA indica che, quando le analisi rilevano sostanze più pericolose del previsto, i consumatori tendono a modificare le proprie scelte di consumo, ad esempio riducendo la quantità da assumere. Questi servizi offrono inoltre un’occasione di contatto con persone che altrimenti resterebbero isolate, lontane dai percorsi di sostegno.
I benefici sono documentati, anche per le sostanze più forti. Secondo i CDC statunitensi, i programmi che forniscono siringhe sterili e servizi collegati sono associati a una riduzione stimata del 50% delle nuove infezioni da HIV ed epatite C, senza aumentare il consumo di droghe illegali. Il portale federale statunitense HIV.gov, dedicato all’informazione sull’HIV, riporta inoltre che chi li frequenta ha una probabilità cinque volte maggiore di accedere a un trattamento per le dipendenze e tre volte maggiore di interrompere il consumo rispetto a chi non li utilizza.
La dignità non dipende da ciò che una persona assume
Queste politiche non spiegano l’omicidio di Fabio, ma il principio che le sostiene riguarda il modo in cui la sua morte viene raccontata sui media: la dignità di una persona non dipende dalle sostanze che assume.
C’è un’ipocrisia crudele in chi parla di quali sostanze prendesse, come se da questo dipendesse quanta compassione Fabio meriti. Come se a lui toccasse rispondere della propria vita tanto quanto al suo omicida della sua morte.
Fabio aveva ancora diritto al tempo, ai giorni, al futuro. Gli è stato tolto tutto. Che almeno il dolore per la sua morte non passi attraverso un giudizio sulla sua vita. Ciao Fabio, fai buon viaggio.



