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Canapa, pagamenti online negati: l’ennesimo “dispetto” nei confronti degli imprenditori italiani

Essere un’impresa regolarmente costituita, pagare tasse, emettere fatture e commercializzare prodotti consentiti dalla legge potrebbe non bastare. Per molte aziende italiane che operano nel mondo della canapa, infatti, anche riuscire semplicemente a incassare un pagamento elettronico può trasformarsi in un problema.

Stripe, PayPal, Viva.com e altri operatori finanziari applicano politiche particolarmente restrittive nei confronti delle attività collegate a canapa e CBD. Il risultato è un sistema nel quale aziende perfettamente operative possono trovarsi davanti a richieste di verifiche aggiuntive, limitazioni dei servizi o impossibilità di utilizzare determinati strumenti di pagamento.

Una situazione che pesa soprattutto sugli e-commerce, dove togliere carte di credito, wallet e sistemi di pagamento immediato significa rendere enormemente più difficile vendere.

Un’attività legale può comunque essere rifiutata

Il punto più controverso è proprio questo: per un gestore di pagamenti la legalità dell’attività non determina automaticamente il diritto ad accedere al servizio.

Stripe, ad esempio, inserisce il CBD tra i settori sottoposti a restrizioni e precisa che determinate attività possono essere supportate soltanto dopo una verifica e un’approvazione specifica. La stessa società riconosce che può non supportare attività legali per esigenze legate ai propri partner finanziari e alla gestione del rischio.

canapa

PayPal presenta a sua volta condizioni particolarmente complesse. Nella documentazione relativa ai metodi di pagamento alternativi compaiono limitazioni specifiche per fiori, gemme, prodotti ingeribili e prodotti CBD, con differenze legate anche alla percentuale di THC e alla registrazione dei cosmetici nel portale europeo CPNP.

Perfino all’interno dell’ecosistema Viva.com esistono strumenti non disponibili per il comparto: ad esempio, i commercianti che vendono cannabis o CBD vengono esplicitamente esclusi dall’utilizzo di Alipay.

Il problema, quindi, supera il singolo provider: la canapa continua a essere considerata da una parte dell’industria finanziaria una categoria ad alto rischio, spesso senza una distinzione sufficientemente chiara tra prodotti, destinazioni d’uso e livelli di THC.

L’ennesimo ostacolo per una filiera che combatte da dieci anni

Il paradosso diventa ancora più evidente osservando le dimensioni economiche del comparto.

Uno studio di MPG Consulting per Cannabis Sativa Italia, presentato in Parlamento nel 2025, ha stimato un giro d’affari vicino ai 2 miliardi di euro, considerando quasi un miliardo di impatto diretto e circa 970 milioni di indotto, con oltre 22mila lavoratori e circa 3mila imprese coinvolte.

Non stiamo quindi parlando di un fenomeno marginale.

Eppure è una filiera che, dalla legge 242 del 2016 – nata proprio per promuovere la coltivazione e la filiera agroindustriale della canapa – continua a convivere con cambi di interpretazione, incertezza normativa, restrizioni commerciali e continue difficoltà operative.

A tutto questo si è aggiunta nel 2025 la stretta sulle infiorescenze e sui prodotti da esse derivati, che ha ulteriormente modificato il quadro previsto dalla legge 242/2016.

Per molti imprenditori il problema dei pagamenti rappresenta quindi soltanto l’ultimo tassello di una storia iniziata quasi dieci anni fa: invece di poter investire, assumere e innovare, una parte consistente delle energie viene continuamente assorbita dalla necessità di difendersi, interpretare nuove regole e trovare soluzioni alternative per continuare a lavorare.

L’indiscrezione sulle pressioni del Governo

A rendere la questione ancora più delicata c’è poi un’indiscrezione che circola confidenzialmente in ambienti del settore.

Secondo quanto riferito in via riservata, alcune piattaforme di pagamento avrebbero ricevuto forti pressioni da parte del Governo italiano affinché non accettassero o limitassero le attività legate al settore della canapa.

È necessario però essere estremamente chiari: al momento non risultano documenti pubblici, comunicazioni ufficiali o elementi indipendenti che consentano di confermare questa ricostruzione. Deve quindi essere considerata un’indiscrezione e non un fatto accertato.

Se in futuro emergessero prove documentali, la questione assumerebbe evidentemente un peso ben diverso, perché non si parlerebbe più soltanto delle autonome politiche commerciali di società private.

Quando il pagamento diventa una barriera commerciale

Resta comunque un problema concreto, indipendentemente dall’origine delle restrizioni.

Un’impresa che non riesce ad accettare normalmente una carta di credito parte svantaggiata rispetto a qualsiasi concorrente. Perde vendite, aumenta l’abbandono del carrello, deve ricorrere al bonifico o cercare continuamente nuovi intermediari finanziari.

Ed è difficile non vedere una contraddizione in un sistema nel quale aziende registrate, lavoratori, agricoltori e commercianti possono essere tassati ma allo stesso trattati finanziariamente come soggetti indesiderati semplicemente perché operano nel mondo della canapa.

Dopo quasi dieci anni di battaglie normative e commerciali, la filiera italiana si trova così davanti all’ennesima barriera. Un settore che genera occupazione e un indotto miliardario continua a dover dimostrare, ogni volta da capo, di avere persino il diritto di essere trattato come una normale attività economica.

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Autore

  • Imprenditore Veneto. Spirito critico. Giornalista per passione ed esperto del settore canapicolo. Formazione in Cannabinologia presso Cannabiscienza  c/o Università degli Studi di Padova. Master in Cannabis Medica Veterinaria presso Cannabiscienza. Direttore editoriale di Spazio Canapa.