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Censurare non elimina il problema: il Comune di Milano vieta il manifesto di +Europa

Un manifesto che invita a riflettere sulla regolamentazione della cannabis può davvero essere considerato offensivo per la sensibilità dei cittadini? È questa la domanda che torna al centro del dibattito dopo la decisione di rimuovere un manifesto per l’autoproduzione promosso da Più Europa a Milano, ritenuta non conforme alle regole per i messaggi esposti negli spazi pubblici. La vicenda ha inevitabilmente acceso un confronto politico, ma prima ancora culturale.

Questo articolo non vuole schierarsi a favore o contro alcun partito. Il punto è un altro: interrogarsi su ciò che oggi viene ritenuto “inaccettabile” nel dibattito pubblico e su ciò che, invece, continua a essere accettato senza particolare indignazione.

Il manifesto rimosso, ma il problema resta

Secondo quanto riportato, la campagna di Più Europa proponeva un messaggio favorevole alla regolamentazione della cannabis. La pubblicità è stata successivamente rimossa perché giudicata non compatibile con le norme che disciplinano le affissioni pubbliche.

Il segretario di Più Europa, Riccardo Magi, ha definito la decisione una forma di censura, sostenendo che il tema della cannabis debba poter essere discusso apertamente e che vietare persino un messaggio politico rappresenti un impoverimento del confronto democratico. Sui propri canali social ha ribadito che proibire il dibattito non elimina il fenomeno, ma impedisce ai cittadini di confrontarsi su possibili alternative all’attuale modello proibizionista.

Si può essere d’accordo oppure no con questa posizione. Ma una democrazia matura dovrebbe poter consentire la discussione di un tema senza trasformarla automaticamente in propaganda.

Perché discutere di una possibile regolamentazione non significa necessariamente sostenerla. Significa riconoscere che esiste un problema e chiedersi quale sia il modo migliore per affrontarlo.

La censura del Comune di Milano

Cosa dovrebbe davvero turbare la sensibilità dei cittadini?

La domanda forse più importante è un’altra.

A turbare la sensibilità pubblica dovrebbe essere un manifesto che parla di cannabis oppure il fatto che il mercato della cannabis continui a essere quasi interamente nelle mani della criminalità organizzata?

Ogni anno milioni di consumatori acquistano cannabis sul mercato illecito. Ogni euro speso in quel circuito alimenta organizzazioni criminali che, oltre al traffico di stupefacenti, sono coinvolte in estorsioni, riciclaggio, tratta di esseri umani e numerose altre attività illegali.

Eppure questo aspetto sembra ricevere molta meno attenzione rispetto a un cartellone pubblicitario. Il dibattito pubblico si concentra spesso sul simbolo, raramente sulla sostanza. Si discute di parole, immagini e slogan, mentre il monopolio del mercato illegale resta sostanzialmente intatto.

Lo stesso vale per la qualità dei prodotti. Nel mercato clandestino non esistono controlli sanitari, etichettatura, limiti di contaminanti o verifiche sulla composizione. Il consumatore acquista un prodotto di cui non conosce realmente provenienza e caratteristiche.

Sono questi gli elementi che incidono concretamente sulla salute pubblica e sulla sicurezza.

Perché alcune pubblicità scandalizzano e altre no?

Esiste poi un’altra evidente contraddizione.

Ogni giorno siamo esposti a messaggi che promuovono bevande alcoliche, spesso associandole a divertimento, successo e socialità. L’alcol rappresenta uno dei principali fattori di rischio evitabili per numerose malattie e contribuisce ogni anno a migliaia di decessi e incidenti stradali.

Anche il gioco d’azzardo continua a essere pubblicizzato in forme dirette o indirette, nonostante la dipendenza da gioco rappresenti un problema sanitario riconosciuto, capace di distruggere patrimoni, famiglie e vite.

Queste comunicazioni, nella maggior parte dei casi, non suscitano lo stesso livello di indignazione. Quando invece compare una pubblicità che invita semplicemente a discutere della regolamentazione della cannabis, il limite della sensibilità pubblica sembra essere improvvisamente superato.

cannabis

Non si tratta di stabilire quale prodotto sia più o meno dannoso. Si tratta di chiedersi perché il confine tra ciò che è accettabile e ciò che non lo è sembri dipendere più da scelte politiche e culturali che da un’analisi coerente dei rischi reali.

Negli ultimi anni la cannabis è diventata uno dei temi più ideologizzati del dibattito italiano. Spesso il confronto viene sostituito da slogan contrapposti, mentre i dati scientifici, le esperienze internazionali e le possibili alternative vengono relegati in secondo piano.

Il risultato è un clima nel quale parlare di regolamentazione viene facilmente confuso con l’incoraggiamento al consumo. Sono due concetti profondamente diversi.

Quando il dibattito viene censurato, perdono tutti

La forza di uno Stato democratico non dovrebbe misurarsi dalla capacità di impedire una discussione, ma dalla capacità di affrontarla. Le idee possono essere condivise oppure contestate, ma dovrebbero poter essere espresse e analizzate nel merito.

Quando un argomento viene sistematicamente semplificato, censurato o escluso dal confronto pubblico, il rischio è che prevalgano paura, pregiudizi e disinformazione.

Nel frattempo il mercato illegale continua a prosperare, le organizzazioni criminali continuano a guadagnare miliardi e il dibattito resta bloccato su posizioni sempre più polarizzate.

Guarda il video di Riccardo Magi

Non serve essere favorevoli a un partito politico o a una specifica proposta di legge per riconoscere un principio fondamentale: discutere di un problema non significa promuoverlo.

Forse la vera domanda non è se una pubblicità sulla cannabis possa turbare la sensibilità dei cittadini.

La domanda è se continui a non turbarci il fatto che, dopo decenni di proibizionismo, il controllo di uno dei più grandi mercati illegali del Paese sia ancora saldamente nelle mani delle mafie, mentre il confronto pubblico su possibili alternative viene spesso ostacolato prima ancora di poter iniziare.

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    Un lavoro condiviso di ricerca, approfondimento, verifica delle fonti e confronto sui temi legati alla canapa, alla cannabis, alla salute, alla ricerca scientifica, alla normativa e all’attualità del settore.

    L’obiettivo è offrire un’informazione indipendente, libera, documentata e accessibile, dando spazio ai fatti e alle diverse prospettive che caratterizzano il dibattito sul tema. Responsabile delle pubblicazioni, il direttore editoriale Roberto D'Aponte