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Quanto guadagna la criminalità organizzata dalla cannabis? Legalizzare servirebbe?

Legalizzare o no? Un dilemma che esiste da anni, ma per la criminalità organizzata la risposta è chiara.

Quando si parla di quanto “guadagnano le mafie” dalla cannabis, è necessario partire da una premessa metodologica: nel mercato illegale non esistono bilanci ufficiali. Per questo motivo, il dato più attendibile non è il profitto netto delle organizzazioni criminali, ma la spesa complessiva dei consumatori, cioè la quantità di denaro che ogni anno confluisce nel circuito clandestino della produzione, importazione, distribuzione e spaccio.

Secondo la Relazione annuale al Parlamento del Dipartimento per le Politiche Antidroga della Presidenza del Consiglio, la stima della spesa per l’acquisto di cannabis in Italia, con riferimento al 2024, si aggira intorno ai 6,6 miliardi di euro l’anno. Questa cifra non rappresenta un utile “pulito”, ma misura la dimensione economica del fenomeno: miliardi che non transitano in un sistema regolato, non producono gettito fiscale e non sono sottoposti ad alcun controllo di qualità o tracciabilità.

Un flusso economico che favorisce reti criminali

Non è corretto affermare che l’intero importo finisca direttamente nelle casse di una singola organizzazione mafiosa. Il mercato è articolato e comprende piccoli spacciatori, gruppi locali e reti internazionali. Tuttavia, le fasi più redditizie e strategiche della filiera – importazione su larga scala, gestione delle grandi partite, logistica, protezione del territorio, riciclaggio dei proventi – richiedono capitali, strutture organizzate e capacità di operare su più livelli.

Le analisi europee indicano che la cannabis rappresenta il più grande mercato illecito di sostanze nell’Unione europea, con un valore stimato di almeno 11 miliardi di euro annui a livello continentale. Un mercato di tali dimensioni tende inevitabilmente ad attrarre reti criminali capaci di gestire approvvigionamenti transnazionali, distribuire grandi quantitativi e reinvestire i profitti in altre attività illegali o nell’economia legale attraverso il riciclaggio. Anche le relazioni delle autorità antidroga italiane descrivono il traffico di hashish e marijuana come un settore in cui operano gruppi criminali organizzati, spesso collegati a consorterie strutturate sul territorio nazionale.

Il punto, dunque, non è stabilire con precisione aritmetica “quanto va a questa o a quella mafia”, ma riconoscere che un mercato clandestino da miliardi di euro costituisce una fonte stabile di finanziamento per circuiti criminali. Finché la domanda resta consistente e l’offerta è confinata nell’illegalità, quel flusso economico continuerà a muoversi fuori da ogni controllo pubblico.

Legalizzare: controllo, concorrenza al nero e gettito pubblico

La proposta di legalizzare viene spesso presentata come una scelta ideologica. In realtà, può essere letta come uno strumento di politica pubblica: spostare la produzione e la vendita in un circuito legale significa poter imporre regole, standard e tassazione.

Dal punto di vista sanitario, un mercato regolato permetterebbe di fissare limiti di concentrazione del principio attivo, obblighi di etichettatura, test su contaminanti come muffe o pesticidi e sistemi di tracciabilità dei lotti. Nel mercato illegale, invece, il consumatore non dispone di garanzie sulla composizione o sulla potenza del prodotto. Le analisi europee mostrano inoltre un’evoluzione costante del mercato clandestino, con prodotti più diversificati e spesso più potenti, sviluppati secondo logiche di profitto e non di tutela della salute.

Legalizzare

Sul piano economico-criminale, la legalizzazione può ridurre gli introiti delle reti illegali solo se il sistema è progettato in modo efficace. Il prezzo del prodotto legale deve essere competitivo, l’accesso non eccessivamente restrittivo e i controlli sul mercato residuo devono restare incisivi. Se la tassazione fosse troppo elevata o l’offerta legale troppo limitata, una parte dei consumatori potrebbe continuare a rivolgersi al canale clandestino. La qualità della regolazione è quindi decisiva.

Un ulteriore elemento riguarda le entrate fiscali. Le esperienze internazionali mostrano che la vendita legale di cannabis può generare centinaia di milioni di euro o dollari all’anno in gettito. Non si tratta di somme in grado di risolvere da sole i problemi strutturali di bilancio di uno Stato, ma rappresentano comunque una risorsa significativa. In un’eventuale riforma italiana, il legislatore potrebbe prevedere un vincolo di destinazione per una quota delle entrate, indirizzandole esplicitamente verso sanità e istruzione: servizi per le dipendenze, programmi di prevenzione, salute mentale, campagne informative, edilizia scolastica o contrasto alla dispersione.

È importante distinguere tra incasso complessivo e profitto netto. I 6,6 miliardi stimati rappresentano la spesa dei consumatori, non il guadagno puro delle organizzazioni criminali. I margini effettivi dipendono da costi, sequestri e ruoli nella filiera. Tuttavia, proprio perché misura la dimensione del mercato, questa cifra offre il parametro più utile per valutare l’impatto potenziale di una riforma.

In definitiva, la cannabis illegale in Italia non è un fenomeno marginale ma un mercato da miliardi di euro che, per sua natura, favorisce circuiti criminali e sottrae risorse all’economia pubblica. Una legalizzazione regolata non eliminerebbe automaticamente ogni criticità, ma potrebbe ridurre il peso economico del mercato nero, garantire maggiore controllo sul prodotto e trasformare una parte di quella ricchezza oggi sommersa in entrate destinate a scuola e sanità.

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    L’obiettivo è offrire un’informazione indipendente, libera, documentata e accessibile, dando spazio ai fatti e alle diverse prospettive che caratterizzano il dibattito sul tema. Responsabile delle pubblicazioni, il direttore editoriale Roberto D'Aponte