Nel silenzio delle aule parlamentari si è arenata una delle più recenti iniziative di legge popolare in materia di cannabis. Si chiama “Io Coltivo” ed è la proposta promossa dall’associazione Meglio Legale per consentire la coltivazione domestica di cannabis a uso personale e superare l’attuale impianto proibizionista.
Una proposta per cambiare la legge sulla cannabis
L’idea nasce all’interno della rete antiproibizionista italiana come risposta a un quadro normativo giudicato incoerente: da un lato la giurisprudenza ha più volte distinto tra spaccio e uso personale, dall’altro la legge continua a vietare la coltivazione anche di poche piante destinate all’autoconsumo. Da qui la proposta di introdurre una disciplina chiara che permetta agli adulti di coltivare fino a quattro piante in casa, detenere quantitativi limitati per uso personale e costituire associazioni senza scopo di lucro sul modello dei cannabis social club diffusi in altri Paesi europei. L’obiettivo dichiarato dai promotori è duplice: sottrarre terreno al mercato illegale e riportare il consumo in un ambito regolato e trasparente.
Per trasformare l’idea in un’iniziativa legislativa popolare, Meglio Legale ha avviato una raccolta firme nazionale, sia in modalità cartacea sia digitale tramite SPID. Nel corso della campagna sono state raccolte oltre 50 mila sottoscrizioni, superando la soglia minima richiesta dalla Costituzione per la presentazione in Parlamento. Il 5 giugno 2024 le firme sono state depositate al Senato, complete dei certificati elettorali necessari a validarne l’autenticità.
Lo stallo parlamentare e le contestazioni sulle firme
A quel punto, secondo la procedura ordinaria, la proposta avrebbe dovuto essere assegnata alle commissioni competenti per l’avvio dell’esame. Tuttavia, nei mesi successivi non è arrivato alcun calendario di discussione. Anzi, ad agosto gli uffici hanno comunicato via PEC che il numero di firme valide non avrebbe raggiunto il requisito richiesto. Una ricostruzione contestata dai promotori, che sostengono di aver superato ampiamente la soglia e di aver rispettato tutti i passaggi formali previsti dalla legge.
Al centro della controversia ci sarebbe una questione tecnica legata all’abbinamento tra firme e certificati elettorali. Secondo Meglio Legale si tratterebbe di un problema procedurale che non può tradursi nell’azzeramento di una mobilitazione popolare di tale portata. L’associazione parla di mancanza di trasparenza e di un’inerzia politica che, nei fatti, impedisce al Parlamento di discutere una proposta sostenuta da decine di migliaia di cittadini.
Diffida e ricorso: il nodo della democrazia diretta
Di fronte allo stallo, Meglio Legale ha deciso di reagire formalmente. Prima una diffida alle istituzioni competenti, poi l’annuncio di un ricorso per chiedere chiarezza sull’iter e sul conteggio delle firme. L’iniziativa legale non riguarda soltanto il merito della proposta sulla cannabis, ma solleva un tema più ampio: quale spazio reale abbiano oggi gli strumenti di democrazia diretta previsti dall’ordinamento.
Il caso “Io Coltivo” si inserisce in un contesto politico in cui il dibattito sulla regolamentazione della cannabis resta polarizzato. Da una parte chi sostiene la necessità di superare il modello repressivo, dall’altra chi difende l’impianto attuale ritenendolo un presidio contro la diffusione delle droghe. Nel frattempo, però, la proposta popolare non è mai approdata a una discussione parlamentare nel merito.
A distanza di mesi dal deposito delle firme, la vicenda rappresenta quindi un doppio banco di prova: per chi propone una riforma della normativa sulla cannabis e per le istituzioni chiamate a garantire che le iniziative popolari non restino lettera morta. Che si sia favorevoli o contrari al contenuto della proposta, la domanda che rimane aperta riguarda il funzionamento stesso del processo legislativo e il rapporto tra cittadini e Parlamento.


