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L’odore pungente di cannabis agli US Open: Djokovic “Bisogna accettarlo, è legale”

Negli ultimi giorni il tema dell’odore di cannabis durante lo US Open è diventato un argomento ricorrente tra i giocatori del circuito. A sollevare la questione era stato inizialmente Casper Ruud, che aveva lamentato la costante presenza di un odore pungente sugli spalti e persino in campo. Ora, a distanza di poche ore, è arrivata anche la voce di un veterano e autentica leggenda del tennis come Novak Djokovic, che non si è sottratto alle domande durante la conferenza stampa post-match.

Il campione serbo ha confermato ciò che molti avevano già percepito: “Si sente, non è che non si senta – ha spiegato Djokovic – anzi, si avverte molto più che in altri luoghi. A volte è più fastidioso, a volte meno, ma personalmente non sono un estimatore di quell’odore, anzi, per me è una vera e propria puzza. Tuttavia, qui è consentito e bisogna accettarlo. Non possiamo farci molto”.

Djokovic ha sottolineato come la situazione non sia circoscritta a momenti specifici, ma si presenti con una certa costanza: “Capita ovunque, sia durante gli allenamenti sia in partita. È una realtà con cui dobbiamo convivere”.

Le parole del serbo arrivano dunque a dare maggior peso alla polemica aperta da Ruud, rivelando che la percezione dell’odore non è solo un’impressione isolata di pochi, ma un fenomeno notato da diversi atleti di primo piano. Va ricordato, infatti, che a New York il consumo di cannabis è legalizzato, il che spiega la sua diffusione anche nei pressi di eventi di risonanza mondiale come lo US Open.

La riflessione di Djokovic, pur accompagnata da un tono critico sul piano personale, si inserisce in un discorso più ampio: quello della convivenza tra le normative locali e le esigenze di chi pratica sport ad altissimo livello. Se da una parte la legge consente un’abitudine ormai radicata nella società statunitense, dall’altra i giocatori si trovano costretti a farci i conti anche in contesti professionali, dove concentrazione e qualità dell’ambiente esterno dovrebbero avere un ruolo fondamentale.

Il dibattito, dunque, resta aperto: da un lato la libertà individuale, dall’altro il diritto degli sportivi a competere in condizioni ottimali. Le parole di Djokovic non mirano a innescare una polemica politica, ma mettono in luce una realtà tangibile che, a quanto pare, non passa inosservata neanche ai più grandi campioni del tennis mondiale.

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