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Sorrento: encomio agli agenti per il sequestro di 32 piante di cannabis

A Sorrento si è celebrata con tutti gli onori un’operazione antidroga (se così vale la pena chiamarla) culminata nel sequestro di 32 piante di marijuana e nell’arresto di un quarantenne. Encomi solenni, cerimonia ufficiale, parole altisonanti sugli “eroi in divisa”. Un rito che racconta molto del nostro rapporto, ancora irrisolto, con le droghe leggere: tanta enfasi simbolica, risultati concreti discutibili.

Non è una questione di rispetto verso le forze dell’ordine, che quotidianamente svolgono un lavoro difficile e spesso pericoloso. È piuttosto una riflessione su che cosa meriti oggi il massimo riconoscimento pubblico. Un tempo, gli encomi celebravano operazioni contro criminalità organizzata, traffici internazionali, sequestri milionari, reti violente che minacciavano la sicurezza collettiva. Oggi, invece, il sequestro di qualche decina di piante di cannabis diventa motivo di celebrazione istituzionale.

Il problema non è l’azione in sé, ma la proporzione: davvero questa è la priorità più alta per cui mobilitare cerimonie e medaglie?

La repressione non funziona (e lo sappiamo)

Decenni di “guerra alla droga” hanno prodotto un dato chiaro: la repressione non elimina il fenomeno, lo sposta. Coltivazioni che ricompaiono altrove, mercati illegali che si adattano, prezzi che alimentano le reti criminali. Nel frattempo:

  • le forze dell’ordine sono distolte da reati più gravi;
  • i tribunali si intasano;
  • lo Stato spende risorse senza intaccare davvero la domanda.

Nel caso di Sorrento, il territorio non è diventato “più sicuro” perché sono state estirpate 32 piante. La cannabis continuerà a circolare, semplicemente attraverso canali diversi.

L’altra strada: regolamentare invece di inseguire

Sempre più Paesi stanno scegliendo un approccio pragmatico: legalizzare e regolamentare. Un esempio recente è la Germania, che ha avviato un modello di depenalizzazione e controllo pubblico della cannabis, puntando su:

  • riduzione del mercato nero;
  • controllo della qualità e della vendita;
  • entrate fiscali;
  • liberazione di risorse investigative per reati realmente pericolosi;
  • politiche di prevenzione e informazione più efficaci.

Non è una bacchetta magica, ma è una risposta razionale, fondata sui dati e non sulla retorica.

Meno simboli, più risultati

Continuare a while celebrare sequestri minori come grandi vittorie rischia di trasformare la lotta alla droga in teatro istituzionale. Un teatro che rassicura, ma non risolve.
Se davvero vogliamo tutelare la salute pubblica e la sicurezza, serve il coraggio di ammettere che l’approccio repressivo ha fallito e che regolamentare non significa “arrendersi”, ma governare il fenomeno.

Gli encomi alle forze dell’ordine dovrebbero tornare a premiare operazioni che smantellano violenza, sfruttamento e grandi traffici criminali. Per la cannabis, invece, è tempo di uscire dalla propaganda e iniziare a parlare di politiche serie, moderne ed efficaci.

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