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Autismo e cannabis terapeutica, cosa rivela il rapporto su 1.645 pazienti del Minnesota

Un’indagine pubblicata negli Stati Uniti documenta miglioramenti riferiti per ansia, sonno e alcuni comportamenti associati all’autismo. I risultati sono incoraggianti, ma non costituiscono ancora una prova di efficacia clinica.

Ansia meno intensa, sonno più regolare e alcuni cambiamenti nei comportamenti quotidiani. Sono i miglioramenti riferiti da una parte delle persone autistiche che hanno utilizzato cannabis a scopo medico nel Minnesota. A documentarli è un rapporto pubblicato il 1° ottobre 2026 dall’Office of Cannabis Management dello Stato americano. Una raccolta di dati particolarmente ampia, che offre indicazioni interessanti ma non dimostra che i benefici siano stati causati dalla cannabis.

Il documento prende in esame i primi sei anni di accesso al programma terapeutico per persone con disturbo dello spettro autistico, riconosciuto come condizione ammissibile dal 2018. Tra agosto di quell’anno e luglio 2024 si sono iscritti 1.811 pazienti; 1.645, pari al 90,8%, hanno effettivamente acquistato prodotti a base di cannabinoidi. L’età media all’ingresso era di 20 anni e quasi la metà dei partecipanti aveva meno di 18 anni.

Come sono stati misurati i risultati

Non si tratta di una sperimentazione clinica, ma di un’analisi osservazionale dei registri sanitari, degli acquisti e delle valutazioni compilate prima di ogni nuova fornitura. Ai partecipanti, o ai familiari che rispondevano per loro, veniva chiesto di attribuire un punteggio da zero a dieci a otto sintomi, tra cui ansia, depressione, difficoltà nel dormire e stanchezza. Una diminuzione di almeno il 30% rispetto al valore iniziale era considerata clinicamente significativa.

All’ingresso nel programma, l’88,3% dei pazienti segnalava un’ansia almeno moderata; il 70,2% disturbi del sonno e il 59,8% sintomi depressivi. Tra coloro che presentavano ansia moderata o grave, il 57% ha riferito una riduzione del punteggio di almeno il 30% entro quattro mesi dal primo acquisto. Considerando anche la tenuta del risultato per almeno altri quattro mesi, la percentuale scende al 34,3%.

autismo

Miglioramenti mantenuti nel tempo sono stati registrati anche per il sonno disturbato, nel 37,3% dei pazienti con questo problema iniziale, e per la fatica, nel 34,4%. Per i sintomi depressivi, il 63,4% ha riportato un miglioramento significativo nei primi quattro mesi; il 41,3% ha raggiunto e mantenuto la soglia prevista. Sono percentuali riferite ai sottogruppi che presentavano ciascun sintomo all’inizio, non a tutti gli iscritti.

Nel sonno emerge una differenza: ha mantenuto un miglioramento il 40,2% degli adulti con disturbi iniziali moderati o gravi, rispetto al 34,1% dei minorenni.

Comportamenti e differenze tra minori e adulti

Un secondo questionario ha approfondito irritabilità, ritiro sociale, comportamenti ripetitivi, iperattività e linguaggio inappropriato. Nei 46 partecipanti con una valutazione iniziale e una successiva, raccolta dopo circa dieci settimane, tutti e cinque gli indicatori sono diminuiti in modo statisticamente significativo. Il dato merita attenzione, ma quei 46 rappresentano appena il 3,9% degli aventi diritto: chi aveva notato miglioramenti potrebbe essere stato più motivato a completare la rilevazione.

Il rapporto fotografa anche due modalità di consumo molto diverse. Per i minorenni l’85,3% dei prodotti acquistati era destinato all’assunzione orale, soprattutto soluzioni e capsule, con prevalenza di formulazioni ricche di CBD o bilanciate. Tra i maggiorenni il 68% degli acquisti riguardava invece prodotti per inalazione, più spesso con prevalenza di THC. Si tratta di preferenze d’acquisto, non di indicazioni su quale formulazione sia più efficace o sicura. Mancano anche dati su frequenza e dosi effettivamente assunte, necessari per collegare i prodotti ai risultati.

Effetti indesiderati e interrogativi aperti

Circa un paziente su cinque ha segnalato almeno un effetto collaterale. Tra gli eventi riferiti, il 72,6% era lieve e il 5,8% grave. La secchezza della bocca risultava il disturbo più frequente; fra gli eventi gravi comparivano soprattutto ansia, sedazione e attacchi di panico. Gli autori avvertono che il sistema potrebbe sottostimare le reazioni avverse: chi interrompe gli acquisti dopo un episodio negativo può non compilare ulteriori questionari.

Resta soprattutto il limite decisivo: manca un gruppo di confronto che riceva placebo o altre cure, e non sono stati controllati gli eventuali trattamenti concomitanti. Per i minori, inoltre, parte delle valutazioni proviene dai genitori. Il rapporto non dimostra quindi un trattamento dell’autismo, né permette di separare l’effetto dei cannabinoidi da altri fattori. Suggerisce piuttosto che alcuni sintomi associati possono migliorare durante l’uso medico, una possibilità da verificare con studi clinici controllati, dosaggi definiti e un attento monitoraggio della sicurezza.

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Autore

  • Imprenditore Veneto. Spirito critico. Giornalista per passione ed esperto del settore canapicolo. Formazione in Cannabinologia presso Cannabiscienza  c/o Università degli Studi di Padova. Master in Cannabis Medica Veterinaria presso Cannabiscienza. Direttore editoriale di Spazio Canapa.