Un’inedita iniziativa legale si sta preparando contro la riforma del Codice della strada voluta da Matteo Salvini. A guidarla saranno i pazienti che fanno uso di Cannabis terapeutica, affiancati dallo studio legale Miglio-Simonetti. L’obiettivo è contestare una norma giudicata incostituzionale e gravemente lesiva dei diritti dei cittadini.
“Non parlatene come di una class action, ma di un’Azione di Classe” precisa l’avvocato Lorenzo Simonetti, tra i promotori. La differenza è sostanziale: non un’unica causa collettiva, ma un’ondata di almeno 1000 processi distinti davanti a 1000 giudici diversi, così da generare clamore mediatico e attirare l’attenzione sull’ingiustizia.
Il nodo centrale è la nuova impostazione del Codice della strada, in vigore dal 14 dicembre, che sostituisce la valutazione dello “stato di alterazione” con la semplice positività a una sostanza come criterio per stabilire l’idoneità alla guida. Una modifica che, di fatto, criminalizza chi utilizza Cannabis medica, una terapia perfettamente legale e prescritta dal Servizio Sanitario Nazionale.
«Un paziente in trattamento è positivo 24 ore al giorno – spiega Simonetti – perché assume la terapia a intervalli regolari. Questo significa che, anche rispettando le regole, rischia conseguenze penali. Senza contare che lo stesso principio potrebbe riguardare altri farmaci con effetti simili».
Gli obiettivi dell’Azione di Classe
Il progetto legale ha tre finalità principali:
- Dimostrare l’incostituzionalità della norma e ottenerne la modifica.
- Portare la questione davanti alla Corte Europea, poiché la riforma limita la libertà di circolazione.
- Richiedere al Governo un risarcimento per i danni psicologici e morali derivanti dalla paura di guidare e dal conseguente peggioramento della qualità di vita dei pazienti.
Per aderire c’è tempo fino al 24 gennaio, data in cui verrà verificata la consistenza delle adesioni. «Servono almeno 1000 pazienti per avere la forza necessaria – sottolinea Simonetti – e in Italia i potenziali interessati sono circa 130mila».
L’adesione prevede un contributo di mille euro, destinato a coprire le spese legali. Una cifra che, in caso di successo, potrebbe essere compensata dai risarcimenti richiesti allo Stato.
«Siamo consapevoli – conclude l’avvocato – che non per tutti sarà una spesa semplice da sostenere, ma oggi è l’unico modo per costringere il Governo a rivedere una norma ingiusta. Questa iniziativa non ha precedenti nella storia italiana: è una scelta obbligata per difendere la dignità dei pazienti, già provati dalla malattia e ora ulteriormente penalizzati nelle loro libertà quotidiane».
Clicca il link per maggiori informazioni e per aderire.