Quando si parla di cannabis si pensa quasi sempre a THC e CBD. La pianta però contiene anche centinaia di molecole aromatiche ancora poco conosciute, i terpeni. Ce ne parla il dottor Salvatore Martorina, biologo e co-founder di CLINN, che per raccontarle prende in prestito il linguaggio del vino.
Chi apre una bottiglia di vino impara presto a riconoscerne i profumi. Agrumi, frutti rossi, erbe, spezie, a volte il legno della botte. Anche la cannabis ha una sua impronta aromatica, e a disegnarla sono soprattutto i terpeni, molecole naturali che la pianta condivide con moltissime altre specie vegetali.
Il paragone con il vino funziona perché in entrambi i casi il risultato finale dipende da genetica, ambiente e lavorazione. Gli effetti sull’organismo, ovviamente, sono tutta un’altra storia.
Che cosa sono i terpeni?
I terpeni sono la famiglia di sostanze naturali più numerosa del mondo vegetale. Se ne conoscono tra 15.000 e 20.000, e nella cannabis ne sono stati descritti più di 200. Sono costruiti a partire da un’unità di base con cinque atomi di carbonio, l’isoprene. Due unità formano i monoterpeni, come il limonene o il mircene, tre unità formano i sesquiterpeni, come il beta-cariofillene. Quando nella molecola compare anche l’ossigeno, come nel linalolo, i chimici parlano più propriamente di terpenoidi.

Li ritroviamo negli oli essenziali di agrumi, lavanda, rosmarino, luppolo e pino. Per la pianta sono molto più di un profumo. Servono ad attirare gli impollinatori, a tenere lontani insetti e altri organismi e a reagire agli stress ambientali.
Nella cannabis i terpeni vengono prodotti nei tricomi ghiandolari, le minuscole strutture resinose che ricoprono soprattutto le infiorescenze femminili non fecondate. Sono le stesse ghiandole in cui si formano anche THC e CBD. L’odore della pianta, però, si deve quasi interamente ai terpeni e non ai cannabinoidi. In peso rappresentano una piccola parte del materiale vegetale, di solito meno dell’1%, ma possono arrivare a circa un decimo del contenuto dei tricomi.
Possiamo parlare di bouquet?
Sì, a patto di usare il termine come un’analogia. Il bouquet di un vino nasce dall’incontro tra vitigno, territorio, maturazione, fermentazione e conservazione. Allo stesso modo il profilo aromatico della cannabis cambia con la genetica della pianta, le condizioni di coltivazione, il momento della raccolta, l’essiccazione, la conservazione e il metodo con cui il prodotto viene estratto o preparato.
Le tecniche di coltivazione le conosco da vicino. Durante gli studi universitari mi sono occupato proprio di questo al CRA-CIN di Rovigo, il centro del Consiglio per la ricerca in agricoltura dedicato alle colture industriali, e parte di quel lavoro è confluita in una pubblicazione scientifica. È un’esperienza che mi ha mostrato quanto le scelte fatte durante la coltivazione possano incidere sulla composizione finale della pianta.
La conservazione conta più di quanto si immagini. I monoterpeni sono molto volatili e una parte si perde già con l’essiccazione e con il passare del tempo, mentre i sesquiterpeni, più pesanti, tendono a restare. Il profumo di un fiore appena raccolto e quello dello stesso fiore dopo qualche mese possono quindi essere diversi, un po’ come succede a una bottiglia lasciata aperta troppo a lungo.
Due prodotti chiamati genericamente “cannabis” possono così avere caratteristiche chimiche e aromatiche molto lontane tra loro, come due vini nati da vitigni o lavorazioni differenti.
Quali sono i terpeni più conosciuti?
Il mircene ha note terrose ed erbacee ed è tra i componenti aromatici del luppolo. Il limonene porta il profumo degli agrumi, il pinene ricorda gli aghi di pino e la resina, e il linalolo è lo stesso terpene che dà alla lavanda il suo odore caratteristico. Il beta-cariofillene, con le sue note speziate e pepate, è il sesquiterpene più diffuso nella cannabis e si trova anche nel pepe nero. Secondo alcuni studi, è proprio una sua forma ossidata, l’ossido di cariofillene, a essere riconosciuta dai cani antidroga.
Riconoscere un aroma, però, non basta a prevedere l’effetto clinico di un prodotto.
I terpeni hanno effetti terapeutici?
Alcuni hanno mostrato attività biologiche interessanti, quasi sempre in laboratorio o negli animali. Il beta-cariofillene, per esempio, si lega ai recettori CB2 del sistema endocannabinoide e negli animali ha avuto un effetto antinfiammatorio. Nei topi il mircene e il linalolo hanno mostrato un’azione sedativa e il limonene un’azione ansiolitica. Gli studi sull’uomo sono pochi e su piccoli numeri, e resta da capire se queste molecole agiscano anche alle concentrazioni presenti in una preparazione.
Su questo punto è utile una review molto citata del neurologo e ricercatore Ethan Russo, pubblicata nel 2011 sul British Journal of Pharmacology. Russo indica nello 0,05% la concentrazione oltre la quale un terpene può avere un interesse farmacologico.
Perché sono importanti nella cannabis terapeutica?
Perché, secondo un’ipotesi sempre più studiata, nella pianta i terpeni non agiscono da soli. È il cosiddetto effetto entourage, un concetto proposto alla fine degli anni Novanta dal gruppo di Raphael Mechoulam, il chimico israeliano che per primo isolò il THC. L’idea è che cannabinoidi, terpeni e altre componenti della pianta si influenzino a vicenda, modificando l’effetto complessivo del preparato.
Nella sua review Russo descrive diversi modi in cui questo potrebbe accadere. Alcune molecole potrebbero agire su bersagli diversi coinvolti nello stesso disturbo, sommando i loro effetti. Altre potrebbero modificare il modo in cui i cannabinoidi vengono assorbiti e distribuiti nell’organismo. Altre ancora potrebbero attenuare gli effetti indesiderati del THC. Il limonene e il linalolo, con la loro azione ansiolitica, potrebbero ridurre l’ansia che il THC a volte provoca, mentre il pinene potrebbe contrastarne le ricadute sulla memoria a breve termine. Il beta-cariofillene, agendo sui recettori CB2, dialoga invece direttamente con il sistema endocannabinoide.

Sono ipotesi affascinanti, che però poggiano ancora soprattutto su studi di laboratorio e sugli animali. Lo stesso Russo ricorda che la convinzione che la pianta intera funzioni meglio dei suoi singoli principi attivi, per quanto diffusa, non è ancora dimostrata. L’effetto entourage resta quindi un campo di ricerca aperto, da tenere ben distinto da una promessa terapeutica.
Nella pratica clinica, intanto, il profumo o il nome commerciale di una varietà dicono poco. Contano la composizione documentata, le concentrazioni di THC e CBD, la formulazione, la via di somministrazione e la standardizzazione del preparato.
Proprio per via dell’effetto entourage, conoscere anche il profilo terpenico aggiunge informazioni utili sul fitocomplesso, cioè sull’insieme delle sostanze presenti nella pianta. Da solo però non permette di scegliere il prodotto adatto a una persona e non sostituisce la valutazione del medico.
Il paragone con il vino, a questo punto, si ferma. Nella cannabis terapeutica contano la qualità del preparato, la possibilità di ottenerlo ogni volta uguale, la sicurezza e il controllo nel tempo.
I terpeni restano una delle parti più affascinanti della biologia di questa pianta. Per capire quale ruolo possano avere davvero nella terapia, da soli e insieme ai cannabinoidi, servono analisi chimiche affidabili e studi clinici condotti con rigore.
Fonti e approfondimenti
Martorina S, Grassi G, Magagnini G. Studies on the Optimization of Agrotechniques to Maximize the Productivity of Two Cannabis Chemotypes Cultivated to Produce Medicinal Grade Plant Material, Planta Med 2012, doi 10.1055/s-0032-1307524
Russo EB. Taming THC, potential cannabis synergy and phytocannabinoid-terpenoid entourage effects. British Journal of Pharmacology, 2011;163(7):1344-1364. doi 10.1111/j.1476-5381.2011.01238.x

