La decisione dell’amministrazione Trump di riclassificare la cannabis a livello federale sta già incontrando una forte resistenza politica e giudiziaria. Quella che per molti operatori del settore rappresentava una svolta storica verso una regolamentazione più moderna rischia infatti di trasformarsi in una lunga battaglia legale, con possibili ripercussioni non solo negli Stati Uniti ma anche sul mercato europeo della cannabis terapeutica.
Tre Stati contro la riclassificazione
A fine maggio i procuratori generali di Indiana, Nebraska e Louisiana hanno presentato un ricorso presso la Corte d’Appello del Distretto di Columbia contestando il trasferimento della cannabis dalla Schedule I alla Schedule III del Controlled Substances Act.
Secondo i ricorrenti, il Dipartimento di Giustizia avrebbe agito oltre i limiti delle proprie competenze, adottando una procedura accelerata che non avrebbe rispettato i normali passaggi previsti dalla normativa amministrativa federale. La critica principale riguarda il fatto che il procuratore generale Todd Blanche abbia disposto il cambiamento senza attendere il completamento del tradizionale iter regolatorio, che normalmente include consultazioni pubbliche, raccolta di osservazioni e valutazioni tecniche approfondite.
I tre Stati sostengono che il provvedimento sia stato emanato in modo arbitrario e in contrasto con le procedure previste dalla legge federale, chiedendone di fatto l’annullamento.
L’intervento dei gruppi anti-cannabis
La sfida legale non arriva soltanto dalle istituzioni statali. Al procedimento si sono infatti affiancate due organizzazioni storicamente contrarie alla liberalizzazione della cannabis: Smart Approaches to Marijuana (SAM) e la National Drug and Alcohol Screening Association (NDASA).
Entrambe le associazioni ritengono che la riclassificazione possa avere conseguenze negative sulla salute pubblica e sostengono di essere direttamente danneggiate dalla riforma. La decisione della Corte di unificare i diversi ricorsi in un unico procedimento aumenta il peso politico e mediatico dell’opposizione e potrebbe rallentare significativamente l’attuazione della misura.
Per l’amministrazione federale si tratta di un ostacolo rilevante, poiché il contenzioso rischia di prolungarsi per mesi, se non anni.
Il ruolo della DEA e il percorso regolatorio
Parallelamente alla battaglia giudiziaria, la Drug Enforcement Administration (DEA) sta portando avanti un proprio processo amministrativo destinato a valutare una revisione più ampia della classificazione della cannabis.
Nel corso delle audizioni previste, si confronteranno organizzazioni favorevoli e contrarie alla riforma. Da un lato gruppi come NORML e varie associazioni industriali del settore; dall’altro gli stessi soggetti che stanno contestando la riclassificazione davanti ai tribunali.
L’obiettivo della DEA è costruire una base normativa più solida e formalmente inattaccabile. Se il procedimento dovesse concludersi positivamente, potrebbe rafforzare la posizione del governo federale e offrire una legittimazione giuridica più robusta rispetto all’ordine esecutivo emanato a maggio.
Tuttavia, la sovrapposizione tra procedimento amministrativo e contenzioso giudiziario rende difficile prevedere tempi certi. Molti osservatori ritengono che una riclassificazione definitiva e pienamente consolidata possa arrivare soltanto tra la fine del 2026 e il 2027.
Le possibili conseguenze per il mercato europeo
La vicenda viene seguita con grande attenzione anche in Europa. Negli ultimi mesi numerosi analisti avevano indicato la riclassificazione in Schedule III come un fattore chiave per favorire l’espansione internazionale delle principali aziende statunitensi della cannabis medica.
Una classificazione meno restrittiva consentirebbe infatti alle imprese americane di beneficiare di condizioni fiscali più favorevoli, di un accesso più agevole ai servizi bancari e di una maggiore credibilità agli occhi degli investitori istituzionali.
Se la riforma dovesse essere sospesa o annullata, molti progetti di espansione verso il mercato europeo potrebbero subire ritardi significativi. In particolare, il settore tedesco della cannabis terapeutica, oggi considerato il principale hub europeo, potrebbe assistere a un rallentamento dell’ingresso di capitali e operatori provenienti dagli Stati Uniti.
Questo scenario offrirebbe più tempo alle aziende già radicate sul territorio europeo per consolidare la propria posizione competitiva prima dell’arrivo di nuovi concorrenti internazionali.
L’ipotesi di un annullamento
Nel caso in cui la Corte dovesse accogliere il ricorso e annullare la riclassificazione, gli effetti potrebbero essere complessi. I prodotti coinvolti rischierebbero infatti di tornare sotto il regime più restrittivo previsto dalla Schedule I, generando incertezza normativa per aziende, farmacie, assicurazioni e operatori sanitari.
Si creerebbe una fase di transizione particolarmente delicata, durante la quale molte attività commerciali e sanitarie dovrebbero adeguarsi rapidamente a un nuovo quadro regolatorio.
Per gli investitori e le imprese che operano a livello internazionale, questa eventualità rappresenta uno dei principali fattori di rischio da monitorare nei prossimi mesi.
Una battaglia che va oltre la cannabis
La controversia sulla riclassificazione si inserisce in un contesto politico più ampio. Mentre il Dipartimento di Giustizia promuove una linea più favorevole alla cannabis terapeutica, una parte del Partito Repubblicano continua a sostenere misure restrittive nei confronti dei prodotti derivati dalla canapa contenenti cannabinoidi psicoattivi.
Ne emerge una strategia regolatoria caratterizzata da posizioni spesso divergenti, nella quale la definizione giuridica delle sostanze assume un ruolo centrale nella costruzione del mercato.
Una dinamica che ricorda quanto sta avvenendo anche in Europa. Diversi Paesi stanno infatti intervenendo sui cannabinoidi attraverso classificazioni amministrative e regolamentari piuttosto che tramite modifiche del diritto penale. Francia, Portogallo e Grecia rappresentano esempi emblematici di questa tendenza.
Per questo motivo la decisione dei giudici statunitensi potrebbe avere effetti che vanno ben oltre i confini americani, influenzando investimenti, strategie industriali e orientamenti normativi dell’intero settore internazionale della cannabis.


