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Le domande più frequenti su emicrania e cannabis terapeutica: incontro con il dottor Carmelo Martorina

Nella mia attività incontro spesso persone che convivono con l’emicrania da anni.

Quando arrivano in ambulatorio sono stanche, e il dolore è solo una parte del problema. C’è chi organizza la settimana intorno agli attacchi, chi rinuncia a una cena o a una giornata di lavoro, chi si è sentito ripetere per anni che è “solo un mal di testa”.

Penso, per esempio, a una mia paziente di 42 anni, insegnante. Soffre di emicrania senza aura fin dall’adolescenza, e negli ultimi cinque anni la malattia è diventata cronica, accompagnata da uno stato ansioso e da un sonno disturbato. Aveva già provato antinfiammatori, triptani, topiramato e beta-bloccanti, con scarsi risultati e non pochi effetti collaterali. La prima cosa che mi ha chiesto è stata se la cannabis potesse aiutarla, visto che gli altri farmaci non avevano funzionato.

L’emicrania è una malattia neurologica vera e propria. Oltre al dolore pulsante può dare nausea, vomito e fastidio per la luce, i rumori o gli odori. In alcune persone si presenta con l’aura, cioè disturbi visivi, formicolii o difficoltà a parlare che compaiono prima o durante l’attacco.

Non è un problema di pochi. L’Istituto Superiore di Sanità stima che in Italia oltre 10 milioni di adulti convivano con il dolore cronico, e molti non hanno ancora trovato una risposta. In un’indagine SWG per la Fondazione Nora e Alberto Gentili, più di una persona su quattro ha raccontato di non seguire alcuna terapia specifica per il proprio dolore.

Quando visito un paziente, però, l’intensità del dolore da sola mi dice poco. Mi interessa sapere ogni quanto arrivano gli attacchi, quanto durano e cosa gli impediscono di fare.

“Dottore, la cannabis terapeutica può aiutarmi?”

Me lo chiedono soprattutto i pazienti che hanno già provato diverse terapie con risultati deludenti. Rispondo che dipende, e che va valutato caso per caso. La cannabis non cura la causa dell’emicrania e non va bene per tutti. THC e CBD sono però oggetto di studio per il loro possibile ruolo nel trattamento degli attacchi.

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Nell’emicrania la cannabis medica viene utilizzata come terapia complementare, soprattutto nelle forme croniche o farmacoresistenti, cioè che non rispondono ai trattamenti convenzionali, come nel caso della mia paziente. Agisce sul sistema endocannabinoide, che partecipa alla modulazione del dolore di origine trigemino-vascolare.

La terapia sfrutta l’azione combinata dei due principali principi attivi della pianta. Il THC ha una forte azione analgesica a livello centrale, agisce sui recettori CB1 e riduce l’intensità del dolore, modificando il modo in cui lo stimolo viene percepito. Il CBD ha un ruolo antinfiammatorio, riduce le citochine pro-infiammatorie e interagisce con i recettori della serotonina 5-HT1A, contribuendo a ridurre l’ansia e a favorire il rilassamento muscolare, due aspetti spesso legati agli attacchi. Per questo nell’emicrania si preferiscono spesso varietà bilanciate o a prevalenza di CBD, che limitano gli effetti psicotropi del THC.

Qualche risposta comincia ad arrivare dalla ricerca. Un gruppo dell’Università della California a San Diego ha seguito 92 adulti con emicrania, confrontando cannabis vaporizzata con solo THC, solo CBD, una combinazione dei due e un placebo, senza che né i pazienti né i ricercatori sapessero cosa veniva somministrato.

Due ore dopo, chi aveva ricevuto la combinazione, con circa il 6% di THC e l’11% di CBD, stava meglio di chi aveva ricevuto il placebo, sia per il dolore sia per il sintomo associato più fastidioso, come la nausea o il fastidio per la luce, e il beneficio si manteneva anche nei due giorni successivi. Il solo THC ha attenuato il dolore, ma non lo ha fatto scomparire più spesso del placebo e non ha aiutato con gli altri sintomi. Il solo CBD, invece, non ha fatto differenza. I risultati sono stati pubblicati nel 2025 sulla rivista Headache.

È un risultato incoraggiante, ma vale per quella preparazione, assunta in quel modo, da quei pazienti. Non si può estendere a qualunque prodotto a base di cannabis, e un singolo studio non basta per trarre conclusioni definitive.

Qualcosa vediamo anche nella pratica di tutti i giorni. I pazienti seguiti con CLINN compilano dei questionari sulla piattaforma CLINN Care, all’inizio della terapia e nei mesi successivi. Tra le persone seguite per dolore acuto e riacutizzazioni, un gruppo che comprende anche chi soffre di cefalea ed emicrania, il dolore medio è sceso da 8 a 6,3 su 10 entro tre mesi, circa il 21% in meno. In media sono migliorati anche il sonno e la qualità della vita.

Sono però osservazioni raccolte senza un gruppo di confronto e su condizioni diverse tra loro. Ci aiutano a seguire i pazienti nel tempo, ma da sole non dimostrano che la terapia funzioni.

“Può servire durante l’attacco o anche per prevenirlo?”

Sono due obiettivi diversi, ed è meglio chiarirlo subito. Trattare l’attacco significa ridurre i sintomi quando il dolore è già cominciato. Prevenire vuol dire diminuire, nel tempo, frequenza, durata e intensità degli episodi.

Con il paziente cerco prima di capire quale dei due sia il suo problema principale. Va detto con chiarezza che oggi i cannabinoidi non sono un trattamento consolidato né per l’attacco né per la prevenzione dell’emicrania, perché le evidenze sono ancora limitate, soprattutto sulla prevenzione.

“Come facciamo a capire se una terapia funziona?”

Con dei questionari. Ai miei pazienti chiedo di compilarli attraverso CLINN Care, la piattaforma digitale con cui seguiamo la terapia, all’inizio del trattamento e poi a intervalli regolari. Le domande riguardano l’intensità del dolore su una scala da 0 a 10, la qualità del sonno, la qualità della vita e il giudizio del paziente su come stanno andando le cose.

Dopo qualche mese le risposte dicono molto più di un “mi sembra che vada meglio”. Una terapia la considero utile quando i dati cambiano davvero e restano cambiati nel tempo.

Lo mostra bene una recente pubblicazione del collega Michele Antonelli, referente clinico CLINN : Una donna di 57 anni con emicrania cronica, che aveva già provato senza successo molte terapie preventive, ha iniziato un olio di cannabis con THC e CBD in parti uguali. In sei mesi è passata da circa 20 a 8 giorni di mal di testa al mese. Al terzo mese, però, gli attacchi erano risaliti a 14. Era estate, la stagione in cui la paziente sapeva di peggiorare. È stato il monitoraggio regolare a far emergere il collegamento e a guidare l’aggiustamento della dose. Resta un singolo caso, ma dice molto sull’importanza di misurare.

Resta un singolo caso, ma dice molto sull’importanza di misurare.

“Se gli altri farmaci non hanno funzionato, posso provare la cannabis?”

Non è un passaggio automatico. Prima voglio essere sicuro della diagnosi e capire se le terapie precedenti sono state seguite nel modo giusto. Controllo anche che non ci sia un uso eccessivo di antidolorifici, che a sua volta può peggiorare il mal di testa. Guardo il sonno, lo stress, le altre patologie e i farmaci che il paziente sta già prendendo. Quando serve, coinvolgo il neurologo.

Solo a quel punto ha senso chiedersi se la cannabis terapeutica possa avere un ruolo in quel caso specifico, mettendo sul tavolo benefici attesi e rischi.

“Se è terapeutica, significa che è sicura?”

No. “Terapeutica” vuol dire che viene usata a scopo medico, con una prescrizione e con controlli periodici.

A seconda della composizione e della dose può dare sonnolenza, vertigini, difficoltà di concentrazione, ansia, alterazioni della percezione o battito accelerato. Vanno valutate le interazioni con gli altri farmaci, e i prodotti con THC riducono l’attenzione e la capacità di guidare.

Per questo sconsiglio di comprare prodotti online e di fare da sé. A chi usa già cannabinoidi per conto proprio dico di parlarne con il medico. Nessuno vi giudicherà, e per noi è un’informazione importante per tutelare la vostra salute.

Le domande sulla cannabis terapeutica sono legittime, anche perché spesso le informazioni mancano. Nella stessa indagine SWG quasi due persone su tre hanno detto di non ricevere spiegazioni chiare sui trattamenti. Meritano risposte chiare, senza promesse. Il mio lavoro è guardare la persona nel suo insieme e costruire con lei un percorso che si possa verificare passo dopo passo.

Fonti e approfondimenti

Fonti: dati sul dolore cronico (ISS) e indagine SWG – Fondazione Nora e Alberto Gentili, come riportati su clinn.it. Dati osservazionali interni CLINN, area “Riacutizzazione dolore acuto”, aggiornati al 01/10/2026. Antonelli M, Mazzoleni E, Donelli D. Caso clinico di emicrania cronica farmacoresistente trattata con olio di cannabis, 2026. doi: 10.1177/27683192261437643.

Schuster NM et al. Vaporized cannabis versus placebo for acute migraine: a randomized, double-blind, placebo-controlled crossover trial. Headache, 2025. doi: 10.1111/head.70025

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Autore

  • Medico chirurgo, specialista in medicina generale e diabetologia, prescrive cannabis terapeutica da circa dieci anni e dal 2020 fa parte del network CLINN. Il Dottor Martorina riceve nel suo studio di Rosolini (SR).