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Calci e pugni per uno spinello: condannati quattro carabinieri

L’approccio dello Stato italiano alla cosiddetta “guerra alla droga” si inserisce in una narrazione ormai ripetuta e ben nota:

il tribunale di Vicenza ha emesso una sentenza che segna un duro colpo per l’Arma dei carabinieri: quattro militari sono stati condannati per episodi di violenza e falsificazione di atti pubblici risalenti all’estate del 2019. Le pene inflitte vanno dai quattro anni e nove mesi per Andrea Gabrieli, ai quattro anni per Davide Buosi, passando per un anno a Davide Licata e otto mesi a Luca Ferracin.

La sentenza, letta giovedì mattina dalla giudice Alessia Russo in presenza degli imputati e della parte offesa, segue di poco le richieste formulate dalla PM Cristina Carunchio, anche se con lievi riduzioni delle pene. I fatti contestati sono avvenuti la notte del 21 luglio 2019 a Enego, in provincia di Vicenza.

Un gruppo di amici stava trascorrendo la serata all’aperto, dopo una partita di calcetto e qualche birra, quando uno di loro ha acceso uno spinello contenente cannabis legale. È a questo punto che tre carabinieri in abiti civili — tra cui il vicebrigadiere Gabrieli — si sarebbero avvicinati, senza qualificarsi. Gabrieli avrebbe colpito intenzionalmente la mano del giovane, facendogli cadere lo spinello. Da lì è nato un diverbio con Bukuran Nishori, un trentenne kosovaro, degenerato in una violenta colluttazione.

Nel tentativo di difendere il collega Buosi, in difficoltà nel confronto fisico con Nishori, Gabrieli avrebbe sferrato un violento calcio alla testa del giovane, che cadendo ha battuto il capo sull’asfalto, riportando un trauma cranico, la frattura dell’osso occipitale e alcune costole rotte. Anche Buosi ha ricevuto cure mediche per lesioni riportate nello scontro.

Ma la violenza non si è fermata lì. Poco dopo, davanti alla caserma, un altro ragazzo del gruppo, preoccupato per l’amico trasportato in ambulanza, ha seguito il mezzo con la propria auto. Fermatosi davanti alla struttura, sarebbe stato affrontato e trascinato all’interno contro la sua volontà da Gabrieli e da Davide Licata, quest’ultimo accusato di averlo immobilizzato con un ginocchio sul volto. Il giovane ha riportato un’ecchimosi e una prognosi di 20 giorni.

Infine, i militari sono stati ritenuti colpevoli anche di aver falsificato gli atti di servizio redatti in caserma, fornendo una versione dei fatti alterata e distante dalla realtà. A questa ricostruzione avrebbero preso parte anche Ferracin e altri due carabinieri, uno dei quali ha patteggiato mentre l’altro è stato prosciolto per l’omissione di denuncia.

Anche Bukuran Nishori ha patteggiato una condanna per lesioni personali, accettando la propria responsabilità per la parte dello scontro in cui ha avuto un ruolo attivo.

L’avvocato Fausto Taras, legale del vicebrigadiere Gabrieli, ha commentato con amarezza: «Siamo davvero colpiti da questo verdetto, ritenevamo ci fossero elementi per un altro esito. Faremo senz’altro appello».

Questo episodio rappresenta un chiaro esempio delle conseguenze negative del proibizionismo e di un uso improprio dell’autorità da parte di alcuni funzionari dello Stato. Non di rado, appartenenti alle forze dell’ordine, magistrati o altri rappresentanti istituzionali sembrano dimenticare che il loro ruolo non consiste nell’esercitare un potere fine a sé stesso, bensì nel prestare un servizio responsabile e imparziale a tutela della collettività.

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