Nel pomeriggio dello scorso 8 aprile, la routine accademica della facoltà di Giurisprudenza dell’Università “Magna Graecia” di Catanzaro è stata improvvisamente interrotta da un episodio che ha generato tensione e allarme tra studenti e docenti.
Una docente, entrando in aula per iniziare la propria lezione, ha notato sulla cattedra una bustina dal contenuto sospetto. Insospettita, ha immediatamente segnalato la presenza dell’oggetto, facendo scattare un rapido intervento delle forze dell’ordine.
Nel giro di pochi minuti, l’aula è stata evacuata e le attività didattiche sospese per ragioni di sicurezza. Gli agenti intervenuti hanno poi accertato che all’interno della bustina vi era marijuana, per un quantitativo superiore ai cinque grammi. Sono tuttora in corso verifiche per risalire alla provenienza della sostanza e all’eventuale responsabile, anche attraverso l’analisi delle immagini di videosorveglianza e l’ascolto di testimoni.
L’episodio ha inevitabilmente suscitato preoccupazione all’interno dell’ateneo, riaccendendo il dibattito sul tema della sicurezza negli spazi universitari. Tuttavia, non sono mancate voci critiche rispetto alla gestione dell’accaduto. In particolare, la Filcams Cgil Calabria ha definito la reazione “sproporzionata”, sottolineando come l’attenzione mediatica e istituzionale si sia concentrata su un fatto marginale, lasciando in secondo piano problematiche ben più strutturali.
Secondo il sindacato, il vero nodo riguarda le condizioni materiali degli studenti: il costo degli alloggi, la qualità dei servizi, le difficoltà nei trasporti e la precarietà che caratterizza sempre più il rapporto tra studio e lavoro. A ciò si aggiungono le criticità legate al mondo del lavoro universitario e para-universitario, spesso segnato da contratti fragili e condizioni poco tutelate.
Ma al di là delle posizioni contrapposte, ciò che emerge con forza da questa vicenda è una riflessione più ampia sul modo in cui, nel nostro Paese, viene percepito il rischio legato a determinate sostanze. Il ritrovamento di qualche grammo di cannabis ha generato un’immediata reazione emergenziale: evacuazione, sospensione delle lezioni, allarme sicurezza. Una risposta che, pur comprensibile sul piano procedurale, appare indicativa di una sensibilità collettiva spesso sbilanciata.
È lecito chiedersi: cosa sarebbe accaduto se, al posto della bustina, sulla cattedra fosse stata trovata una bottiglia di birra o un pacchetto di sigarette? Probabilmente nulla, perchè sono sostanze legali. Nessuno avrebbe parlato di sicurezza compromessa, né si sarebbero interrotte le lezioni. Eppure, l’alcol è una sostanza psicoattiva a tutti gli effetti, con un impatto sociale e sanitario ben documentato. Il fumo è cancerogeno e provoca circa novanta mila morti all’anno solo in Italia.
Questa discrepanza evidenzia una distorsione nella percezione del pericolo: alcune sostanze vengono automaticamente associate a un allarme pubblico, altre invece sono pienamente integrate e normalizzate, indipendentemente dai loro effetti reali. Il caso di Catanzaro, al di là della sua dimensione episodica, diventa così lo specchio di un approccio culturale che fatica a distinguere tra rischio reale e costruzione simbolica del rischio.
Forse, più che gridare allo scandalo, sarebbe il momento di interrogarsi con maggiore lucidità e meno pregiudizi su ciò che consideriamo davvero pericoloso — e sul perché.
Approfondimento
La relazione tra sostanze psicoattive, cultura e percezione sociale è complessa e spesso contraddittoria. Due casi emblematici sono l’alcol e la cannabis: il primo sottovalutato nei suoi effetti negativi, la seconda sopravvalutata nei rischi che comporta.
Queste distorsioni rivelano una forma di dissonanza cognitiva collettiva, cioè la tendenza delle persone a mantenere convinzioni e abitudini che non coincidono con le evidenze scientifiche, pur di non mettere in discussione il proprio stile di vita o i modelli culturali dominanti.
L’alcol è una delle sostanze più consumate e accettate a livello sociale. È associato a momenti di convivialità, celebrazione, svago e persino a rituali religiosi. Questa normalizzazione si scontra con i dati epidemiologici: l’alcol è uno dei principali fattori di rischio per tumori, malattie cardiovascolari e incidenti stradali; l’Organizzazione Mondiale della Sanità afferma che non esiste una soglia sicura di consumo; in Europa, l’alcol causa ogni anno circa 800.000 morti premature, 2200 persone al giorno.
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