A Torino, si consuma una vicenda che solleva interrogativi profondi sul rapporto tra diritto alla salute, giustizia e tutela dei minori. Una storia che, più che di legalità, sembra parlare di sproporzione, rigidità e, per molti aspetti, di ingiustizia.
Un padre, affetto da problemi alla schiena e in possesso di regolare prescrizione medica per cannabis terapeutica, si trova oggi privato della responsabilità genitoriale e separato dalle sue due figlie, di appena uno e quattro anni. Non per spaccio, non per violenze, non per abbandono. Ma per aver coltivato autonomamente la sostanza necessaria a curarsi.
La “colpa” di curarsi
La vicenda nasce da una difficoltà concreta: l’impossibilità di reperire con continuità cannabis terapeutica in farmacia. Quando disponibile, racconta, spesso si trattava di materiale di scarsa qualità. Da qui la decisione di autoprodurre una quantità limitata — circa 80-100 grammi ogni tre mesi — destinata esclusivamente al proprio fabbisogno personale.
Una produzione domestica organizzata con attenzione: uno spazio dedicato, sistemi di aerazione, coltivazione chiusa e sotto chiave, sostanza conservata in una scatola con chiusura numerica. Nessuna prova di cessione a terzi, nessun elemento che facesse pensare allo spaccio.
Eppure, questo è bastato.
Dalla perquisizione alla rottura familiare
All’alba di un giorno qualunque, la perquisizione. Nel giro di poche ore, mentre l’uomo si trovava in stato di fermo, i servizi sociali erano già pronti a intervenire per sottrarre le bambine alla famiglia, ricorrendo a un provvedimento d’urgenza (art. 403).
Un tentativo che, fortunatamente, non si è concretizzato solo grazie alla presenza della madre — incensurata, e ancora in fase di allattamento — che ha impedito l’allontanamento immediato delle figlie.
Ma il danno era ormai fatto.
A entrambi i genitori viene sospesa la responsabilità genitoriale. Il padre non può vedere le figlie per mesi. La madre viene addirittura collocata per un periodo in una casa famiglia, nonostante — come lei stessa racconta — anche le operatrici si chiedessero quale fosse il motivo della sua presenza lì.
Una decisione che lascia sgomenti
Secondo quanto riferito dal padre, persino assistenti sociali e giudice avrebbero riconosciuto, almeno a parole, l’assenza di condizioni gravi tali da giustificare un intervento così drastico. Eppure, il provvedimento è stato confermato.
Una delle motivazioni? Il rischio che, tra cinque o sei anni, le bambine possano venire a contatto con la sostanza. Un’ipotesi futura, potenziale, utilizzata per giustificare una separazione reale e immediata.
Nel frattempo, il padre ha sospeso la terapia, pur di dimostrare la propria “idoneità”. Ma non basta. Gli viene richiesto anche di sottoporsi a ulteriori valutazioni presso il centro di salute mentale, sulla base di un percorso psicologico intrapreso anni prima per attacchi di panico post-Covid.
Il dolore dei figli, ignorato
Le conseguenze emotive sono devastanti. La figlia più piccola piange durante le videochiamate — consentite solo di recente — mentre la maggiore, per settimane, ha pianto ogni sera per l’assenza del padre.
Immagini di disperazione che abbiamo potuto osservare e che non vi mostreremo per tutelare la privacy di tutta la famiglia. Resta un dolore che non sembra trovare spazio nelle valutazioni istituzionali.
Come se non bastasse, il padre in questione afferma che, nel corso del procedimento, il giudice avrebbe suggerito l’assunzione di farmaci oppioidi in alternativa alla cannabis terapeutica, ritenendoli – a suo dire – meno pericolosi in presenza di minori e tali da non comportare alcuna criticità sotto il profilo genitoriale.
Dichiarazioni che suscitano profonda inquietudine e mettono seriamente in discussione il senso di responsabilità e il buon senso.
Tutto questo mentre..
Il caso assume contorni ancora più paradossali se inserito nel contesto territoriale. Nella stessa zona, racconta il padre, lo spaccio di crack avviene alla luce del giorno, tra indifferenza e impotenza generale. Situazioni ben più gravi — anche con minori coinvolti — non sembrano ricevere la stessa attenzione.
Eppure, il “pericolo” identificato dalle autorità è un genitore che si autoproduce una terapia prescritta, in un ambiente controllato e senza alcun riscontro di attività illecite verso terzi.
“Spero solo che, una volta riottenuta pienamente la mia genitorialità e tornato accanto alle mie bambine — che restano la mia priorità assoluta — io possa anche riprendere la mia terapia. È qualcosa di importante per me, ma viene dopo di loro.”
“Allo stesso tempo, ho maturato la convinzione che mi trasferirò in un Paese in cui io e le mie figlie potremo essere maggiormente tutelate e vivere con più serenità.” Conclude il genitore indagato.

Quando la legge diventa cieca
Questa storia pone una domanda scomoda ma necessaria: può uno Stato definirsi giusto quando arriva a separare un padre dalle proprie figlie per aver cercato di curarsi?
Quando la rigidità normativa ignora il contesto, quando la prevenzione si trasforma in punizione, quando il principio di tutela dei minori viene applicato in modo astratto e sproporzionato, il rischio è quello di generare più danno che protezione.
Qui non si tratta di negare l’importanza dei controlli o della sicurezza. Ma di interrogarsi su dove si collochi il limite tra legalità e giustizia.
Perché se curarsi diventa una colpa, allora il problema non è più il singolo caso. È il sistema.
Nota
Le informazioni sopra riportate derivano dalla testimonianza diretta del padre coinvolto, confermata dalla madre; entrambi protagonisti della vicenda, hanno scelto di mantenere l’anonimato.

