Gli adolescenti consumano cannabis. Ma anche alcol, cocaina, MDMA, tabacco, psicofarmaci senza prescrizione e nuove sostanze psicoattive (NSP). La lista si allunga ogni giorno, mentre il mercato nero continua a muoversi più veloce delle nostre forze dell’ordine e dei nostri, troppo spesso immobili, tavoli di governo.
Le sostanze fanno già parte della realtà che molti ragazzi e ragazze incontrano fuori dalle aule: in strada, sui social, durante le serate, nei più disparati luoghi di socialità online e offline.
E se e i giovani incontrano le sostanze nella realtà, perché la scuola dovrebbe evitare di parlarne?
È questa la domanda che ci poniamo, una domanda che Meglio Legale vuole trasformare in proposta concreta: portare nelle scuole un’ora di educazione alle sostanze nella quale parlare apertamente di effetti, rischi e conseguenze.
I numeri aiutano a comprendere la dimensione del fenomeno. Secondo l’ultima Relazione annuale al Parlamento sulle dipendenze, i giovani italiani sono i più grandi consumatori di cannabis in Europa. Il 21% degli studenti tra i 15 e i 19 anni ha dichiarato di aver consumato cannabis nell’ultimo anno e si sale al 27% per chi l’ha provata almeno una volta nella vita; sono cifre importanti, soprattutto rispetto al dato europeo fermo invece al 15% (EUDA, 2024).
Dati che riportano il dibattito al punto essenziale: le sostanze circolano già, a prescindere dalle campagne che invitano a non consumarle, e proprio per questo è necessario chiedersi quali strumenti la società può offrire ai più giovani per comprenderne i rischi.
La prevenzione passa dalla conoscenza
In Italia, la diffusione dell’utilizzo di sostanze illecite neutralizza l’efficacia di una politica basata soltanto su divieto e repressione. Il consumo continua a esistere e la scuola stessa potrebbe assumere un ruolo fondamentale: quello di parlarne dando voce agli esperti, senza moralismi e senza fingere che il problema scompaia evitando di nominarlo.
Conoscere effetti e rischi delle sostanze significa mettere i ragazzi e le ragazze nella condizione di fare scelte più consapevoli e riconoscere per tempo una situazione problematica. Significa anche imparare a distinguere un’informazione corretta da un messaggio fuorviante, sapere quando chiedere aiuto e comprendere che non tutte le sostanze, né tutte le modalità di consumo, comportano gli stessi rischi.
È prevenzione nel senso più pragmatico possibile: arrivare prima che siano il mercato nero, la disinformazione o, peggio, la dipendenza a fornire quelle risposte. Il silenzio degli adulti non impedisce ai giovani di farsi domande, semmai li spinge a cercare le risposte altrove.
Servono esperti, non slogan
Dicevamo esperti, sì. Già anni fa l’EMCDDA, oggi EUDA, l’Agenzia dell’Unione europea sulle droghe, evidenziava la scarsa efficacia delle lezioni occasionali tenute dalla polizia e delle giornate costruite attorno allo slogan «Say no to drugs»:
interventi isolati e messaggi allarmistici non sono mai stati in grado di sostituire un percorso educativo capace di sviluppare conoscenze e competenze durature.
In diversi Paesi europei esistono programmi portati avanti da insegnanti formati, professionisti della salute e operatori della prevenzione. Nei Paesi Bassi, il programma Helder op School coinvolge scuole e famiglie, affiancando l’educazione a regole condivise e all’individuazione precoce dei problemi. In Spagna, Unplugged lavora sulle competenze personali e sociali, sulla pressione dei pari e sulla capacità di prendere decisioni, aiutando gli studenti a sviluppare una corretta percezione dei rischi.
Sono Paesi e modelli differenti, ma con un elemento chiave in comune: la prevenzione non passa soltanto dal controllo, bensì dalla conoscenza e dalla consapevolezza. E allora perché non partire anche in Italia da un’ora dedicata a questi temi, affidandoli a chi possiede le competenze necessarie per affrontarli?
In fondo, accade sempre così: quando diamo alle persone informazioni corrette per decidere sul proprio corpo e sulla propria vita, le rendiamo più responsabili e più libere di scegliere.
In questo caso, l’unico rischio è che potrebbero scegliere di consumare meno e meglio.


