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Piccolo spaccio, grandi pene: la stretta repressiva del governo italiano contro i più deboli

Negli ultimi interventi normativi in materia di droghe, il governo italiano ha imboccato con decisione una strada di progressivo irrigidimento, restringendo sempre più gli spazi di applicazione del reato di spaccio di lieve entità. Formalmente la fattispecie resta in vigore, ma nella pratica viene svuotata, ridotta a una zona residuale che rischia di perdere la sua funzione originaria: distinguere tra chi opera ai margini e chi invece è inserito in circuiti criminali strutturati.

La progressiva erosione della lieve entità

Le modifiche più recenti segnano un cambio di paradigma evidente. Il focus si è spostato dalla quantità e dalla concreta offensività del fatto alla modalità della condotta. Il carattere “abituale” o “continuativo” dello spaccio diventa oggi un elemento decisivo per escludere la lieve entità, anche in presenza di quantità minime.

Questo approccio introduce un criterio fortemente penalizzante per chi si trova in situazioni di marginalità sociale. Il piccolo spaccio di strada, spesso legato a condizioni di vulnerabilità economica o personale, viene sempre più assimilato a forme di criminalità più organizzata. Il risultato è un ampliamento dell’area della repressione penale senza una reale distinzione qualitativa tra le diverse condotte.

Si tratta di un passaggio critico, perché la lieve entità nasceva proprio per evitare questa confusione: per riconoscere che non tutte le forme di spaccio hanno lo stesso peso, né sul piano sociale né su quello criminale. Ridurne l’applicazione significa, di fatto, rinunciare a questa distinzione.

Un sistema sempre più punitivo

Questa evoluzione non è isolata, ma si inserisce in un trend più ampio che negli ultimi anni ha visto l’inasprimento delle pene, l’aumento delle misure cautelari e una generale espansione della risposta repressiva. Il piccolo spaccio viene progressivamente sottratto a logiche di proporzionalità e trattato come un problema di ordine pubblico, più che come un fenomeno complesso con radici sociali.

Il rischio concreto è quello di un sistema che punisce senza risolvere. L’aumento della pressione penale non incide in modo significativo sui mercati illegali, ma contribuisce a sovraccaricare il sistema carcerario e a colpire in modo selettivo le fasce più fragili della popolazione.

In questo contesto, anche gli strumenti alternativi, come la messa alla prova, rischiano di perdere efficacia se la possibilità di qualificare il fatto come lieve entità diventa sempre più rara. Si crea così un circolo vizioso: meno casi rientrano nella fattispecie attenuata, meno spazio c’è per percorsi rieducativi, più si rafforza la logica esclusivamente punitiva.

Il confronto europeo e il ritardo italiano

Mentre l’Italia irrigidisce il proprio approccio, altri Paesi europei stanno andando in direzione opposta. Un esempio emblematico è la Germania, che ha avviato un processo di legalizzazione della cannabis con l’obiettivo di sottrarre terreno al mercato illegale e ridurre l’impatto penale sui consumatori e sui piccoli operatori.

spaccio

Le prime evidenze disponibili non mostrano gli effetti catastrofici spesso evocati nel dibattito pubblico. Non si registra un aumento significativo della criminalità legata alla droga, né un’esplosione dei consumi tale da giustificare un ritorno a politiche proibizioniste. Al contrario, il modello regolato consente un maggiore controllo, una riduzione dei rischi e una gestione più razionale del fenomeno.

Questo divario mette in luce un ritardo evidente dell’Italia, che continua a puntare su strumenti repressivi già ampiamente messi in discussione a livello internazionale. La restrizione della lieve entità si inserisce perfettamente in questa logica: invece di differenziare e comprendere il fenomeno, si tende ad ampliare l’area del reato e ad aumentare la severità delle conseguenze.

In definitiva, più che un aggiornamento del sistema, si assiste a un passo indietro. Ridurre lo spazio della lieve entità significa rinunciare a una visione più equilibrata e proporzionata, proprio mentre altri Paesi dimostrano che un approccio diverso non solo è possibile, ma può anche essere più efficace.

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  • Classe 1992, vive in Veneto. Spirito critico. Appassionato di giornalismo ed esperto di canapa. Formazione in Cannabinologia presso Cannabiscienza  c/o Università degli Studi di Padova. Fondatore di Spazio Canapa e di salutedicanapa.it.

Classe 1992, vive in Veneto. Spirito critico. Appassionato di giornalismo ed esperto di canapa. Formazione in Cannabinologia presso Cannabiscienza  c/o Università degli Studi di Padova. Fondatore di Spazio Canapa e di salutedicanapa.it.