Nella Repubblica di San Marino la cannabis a uso terapeutico, pur essendo regolamentata da una legge approvata negli ultimi anni, non è ancora riuscita a trasformarsi in una realtà concreta. Quella che doveva essere una nuova opportunità per la sanità e per l’economia del Paese resta, di fatto, un settore fermo ai blocchi di partenza.
Il quadro normativo consente la coltivazione e la produzione di cannabis destinata esclusivamente all’impiego medico e sono diverse le aziende che hanno ottenuto l’autorizzazione a operare. Tuttavia, solo una di queste ha effettivamente avviato la coltivazione, mentre le altre non sono mai entrate pienamente in attività.
Come sottolineato da Claudio Muccioli, referente delle aziende che operano nel settore; alla base di questo stallo ci sono soprattutto difficoltà pratiche ed economiche. Gli investimenti richiesti per rispettare gli standard di sicurezza e qualità, in particolare per la realizzazione di un’officina farmaceutica adeguata, sono elevati. A ciò si sommano incertezze sul fronte fiscale e la mancanza di una strategia chiara e stabile che possa convincere gli operatori a impegnarsi davvero nel settore.
Un altro nodo cruciale riguarda i rapporti con l’Italia, indispensabili per definire aspetti normativi e operativi fondamentali. Senza un coordinamento più solido, il rischio è che il comparto resti isolato e incapace di svilupparsi in modo strutturato.

Eppure, le potenzialità non mancano. La cannabis terapeutica potrebbe rappresentare un valido supporto per i pazienti affetti da patologie croniche e, allo stesso tempo, una nuova fonte di entrate per lo Stato sammarinese. Perché questo accada, però, è necessario un cambio di passo: servono regole più chiare, maggiore certezza per gli investitori e una visione politica capace di trasformare una possibilità normativa in una vera filiera produttiva.

