La NBA ha ufficialmente eliminato la marijuana dall’elenco delle sostanze vietate ai propri atleti, sancendo un cambiamento che riflette l’evoluzione del dibattito sulla cannabis negli Stati Uniti. Con l’entrata in vigore del nuovo contratto collettivo di lavoro, i giocatori non saranno più soggetti a controlli specifici, multe o sospensioni legate al consumo di cannabis.
La decisione rappresenta il punto di arrivo di un percorso iniziato già da alcuni anni. Durante il periodo della pandemia, la lega aveva infatti sospeso i test per la marijuana, adottando un approccio più tollerante che, col tempo, si è trasformato in una modifica strutturale del regolamento.
Il ruolo di Kevin Durant nella svolta
Tra le voci che hanno sostenuto il cambiamento spicca quella di Kevin Durant. La stella dei Phoenix Suns non ha mai nascosto il proprio atteggiamento favorevole verso la cannabis e ha raccontato di aver discusso apertamente l’argomento con il commissioner Adam Silver. Secondo Durant, il consumo di marijuana è ormai diffuso e socialmente accettato all’interno della società americana, tanto da non meritare più un trattamento diverso rispetto ad altre sostanze legali come l’alcol.
Le dichiarazioni del campione statunitense hanno attirato l’attenzione dei media, soprattutto quando ha affermato che l’utilizzo della cannabis è una pratica comune tra molti giocatori professionisti. Un’affermazione che fotografa una realtà ormai distante da quella di qualche decennio fa, quando la marijuana era considerata incompatibile con l’immagine dello sport professionistico.
Dalle sanzioni all’eliminazione dei controlli
Fino a pochi anni fa il regolamento NBA prevedeva un sistema disciplinare progressivo. Una prima positività comportava l’obbligo di partecipare a programmi di supporto e monitoraggio, mentre successive violazioni potevano tradursi in sanzioni economiche e persino sospensioni dalle gare. Tuttavia, già dal 2021 la lega aveva sostanzialmente interrotto i controlli specifici sulla cannabis, anticipando la svolta ufficializzata oggi.
La scelta della NBA si inserisce in un contesto più ampio di cambiamento culturale e normativo. Negli Stati Uniti numerosi stati hanno legalizzato l’uso della cannabis per scopi medici o ricreativi, contribuendo a ridurre lo stigma che per anni ha accompagnato questa sostanza. Parallelamente, diverse organizzazioni sportive professionistiche hanno rivisto le proprie politiche antidroga, distinguendo la marijuana dalle sostanze considerate realmente pericolose per la salute o per l’integrità delle competizioni.
Un cambiamento che continua a far discutere
La lega ha infatti deciso di concentrare le proprie risorse sul contrasto a droghe pesanti, sostanze dopanti e prodotti capaci di alterare le prestazioni atletiche. In quest’ottica, la cannabis viene considerata una questione diversa rispetto a cocaina, steroidi anabolizzanti o ormoni della crescita.
Per sostenitori e critici si tratta di una decisione destinata a far discutere ancora a lungo. Da una parte c’è chi la interpreta come un adeguamento alle trasformazioni della società contemporanea; dall’altra chi teme che il messaggio possa contribuire a normalizzare ulteriormente il consumo di cannabis tra i più giovani.
In ogni caso, la scelta della NBA segna una svolta storica per il basket professionistico nordamericano e conferma come il rapporto tra sport e cannabis stia cambiando rapidamente, seguendo un percorso che fino a pochi anni fa sarebbe stato difficile immaginare.


