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Massacrato dallo Stato: l’odissea senza fine di Ciro e della sua famiglia

A Benevento era il 6 maggio 2018 quando Ciro, con orgoglio e speranza, inaugurava il primo Grow Shop della città. Un progetto nato nel rispetto della legge, costruito con sacrifici e piena trasparenza, che prometteva di offrire un’alternativa legale basata sulla canapa industriale. Ma quello che avrebbe dovuto essere l’inizio di una storia imprenditoriale positiva, si è trasformato in un lungo incubo giudiziario.

Già nel giorno dell’inaugurazione, appena mezz’ora dopo il taglio del nastro, i Carabinieri si presentarono sul posto, allertati da una telefonata anonima. Un episodio che segnò l’inizio di una vera e propria maratona repressiva: controlli continui da parte di Digos, Guardia di Finanza e Antidroga, nonostante l’attività fosse perfettamente in regola con la legge 242/2016 che disciplina la coltivazione della canapa industriale.

Ciro e sua moglie, che nel frattempo era entrata nel progetto con determinazione crescente, non si sono mai tirati indietro. Anzi, decisero di fondare l’azienda agricola “Lady Grow”, interamente dedicata alla coltivazione tracciata e documentata di canapa. Ma nel 2021, mentre si trovavano in vacanza, la Guardia di Finanza prelevò campioni dal loro campo. Dopo pochi giorni, arrivò la comunicazione: “Fuori parametro”.

Il primo arresto, la fine di un sogno agricolo

Nei giorni successivi scattò una perquisizione presso il Grow Shop – che diede esito negativo – e poi a casa della coppia. Lì furono trovate 22 piantine non ancora in fioritura e circa 5 kg di infiorescenze di CBD, materiale lavorato e conservato in un capanno artigianale costruito da Ciro per essiccare il raccolto. L’impianto, dotato di estrattore e condizionatore, era frutto di un progetto fai-da-te volto a garantire qualità e trasparenza.

Ciononostante, Ciro fu arrestato, il campo sequestrato, la moglie indagata. L’azienda chiuse. “Hanno ignorato completamente la legge 242/2016”, racconta oggi l’imprenditore, con amarezza. “Io sono stato posto ai domiciliari, poi obbligo di firma. Mia moglie è ancora sotto processo”

L’accusa che resta: 80 grammi di THC

Dopo mesi, tutte le accuse cadono. Tutte, tranne una: quella relativa agli 80 grammi di THC, presumibilmente contenuti nelle 22 piantine sequestrate che non erano di CBD. Ma Ciro non ha dubbi: “Quelle piante erano la mia medicina. Soffro di patologie croniche ai polmoni, intestino e vescica. Non trovavo un medico prescrittore, quindi mi curavo da solo, in pace e in silenzio”.

Oggi lo Stato gli prescrive legalmente 60 grammi al mese di cannabis terapeutica ad alto contenuto di THC. “La stessa sostanza per cui mi hanno arrestato. Non è una barzelletta?”, si chiede amaramente.

Settembre 2021: un secondo arresto

Il 6 settembre 2021 la Guardia di Finanza torna a bussare alla loro porta. Trovano le stesse piante, lo stesso capanno, lo stesso materiale di CBD già lavorato. La stampa titola: “Trovati 2 kg di marijuana”. Ma non si trattava di sostanza stupefacente, bensì di canapa legale essiccata.

Ciro viene arrestato di nuovo. Scarcerato dal Gip, poi sottoposto ai domiciliari, quindi all’obbligo di firma. Il processo è ancora in corso.

La rinascita e l’ultima repressione

Nonostante tutto, Ciro e sua moglie provano a ripartire. Nasce il primo Social Club di Benevento: uno spazio dedicato alla formazione, al benessere, all’accoglienza di chi cerca nella cannabis una cura o un sollievo. Collaborano con “Cannabis Cura Sicilia” e altre realtà del settore.

Ma il 6 maggio 2025, durante i festeggiamenti per i sette anni di attività, la storia si ripete: tre agenti della Finanza si presentano con un foglio che richiama il nuovo articolo 18, che vieta la vendita di canapa e derivati. Anche se nulla era in vendita, e il locale intestato alla moglie, scatta un nuovo sequestro: 57 grammi di hash di CBD, chiuso in una scatola sigillata. Nuove accuse, questa volta con l’articolo 73 del DPR 309/90, lo stesso che si applica ai trafficanti di droga.

“Ci hanno tolto tutto, tranne la voce”

“Abbiamo costruito un sogno con fatica, e lo hanno fatto a pezzi”, racconta oggi Ciro. “Abbiamo dato alla nostra città un punto di riferimento sano, legale, terapeutico. Ma continuiamo a essere trattati da criminali”.

Sua moglie, stremata, ha deciso di escludersi momentaneamente e riaffidare l’attività al marito. “Non so che futuro potrò offrire ai miei figli”, conclude Ciro. “Ma una domanda mi tormenta: per chi stiamo lavorando, se lo Stato ci tratta così?”

Una storia che interroga le istituzioni, solleva interrogativi sulla coerenza delle normative, e chiede – con la forza di una testimonianza diretta – giustizia, dignità, ascolto.

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