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Il naturopata acchiappa-like: la cannabis raccontata male per fare visualizzazioni

Negli ultimi anni i social network sono diventati uno dei principali luoghi in cui si forma l’opinione pubblica su salute e medicina. Video brevi, messaggi diretti e toni forti sono strumenti estremamente efficaci per attirare l’attenzione del pubblico, ma quando si affrontano temi scientifici complessi questo tipo di comunicazione può facilmente scivolare nella semplificazione e, in alcuni casi, nella distorsione della realtà.

È ciò che accade sempre più spesso quando si parla di cannabis, una sostanza su cui il dibattito pubblico è fortemente polarizzato. Un esempio recente è rappresentato da un video breve (reel) pubblicato su Instagram dal naturopata Domenico Parlavecchio, nel quale vengono descritti gli effetti della cannabis in termini fortemente allarmistici e generalizzanti. Il problema principale di questo tipo di narrazione non è tanto l’idea di discutere dei possibili rischi della sostanza – tema legittimo e importante – quanto il modo in cui tali rischi vengono presentati, spesso senza le necessarie precisazioni scientifiche.

Nessun riferimento a dosaggi e variabili

Il primo limite evidente del contenuto pubblicato dal Parlavecchio riguarda l’assenza di qualsiasi riferimento al dosaggio. In farmacologia questo elemento rappresenta uno dei principi fondamentali per comprendere gli effetti di qualsiasi sostanza. Il celebre principio attribuito a Paracelso, secondo cui è la dose che fa il veleno, continua ancora oggi a essere uno dei cardini della tossicologia moderna. Senza indicare la quantità di sostanza assunta, la frequenza d’uso o la concentrazione dei principi attivi, qualsiasi affermazione sugli effetti di una sostanza rischia di risultare incompleta o addirittura fuorviante.

La cannabis contiene diversi composti attivi, tra cui il tetraidrocannabinolo (THC), responsabile della maggior parte degli effetti psicoattivi, e il cannabidiolo (CBD), che ha proprietà farmacologiche differenti e spesso antagoniste rispetto al THC. Gli effetti del THC, come dimostrato da numerosi studi, variano significativamente a seconda della dose: quantità basse possono produrre effetti rilassanti o ansiolitici, mentre dosi elevate possono provocare ansia, tachicardia o disagio psicologico in alcuni individui. Ignorare completamente questa distinzione significa presentare una visione distorta della realtà farmacologica.

Un altro elemento fondamentale completamente trascurato in molti contenuti virali di questo tipo è la variabilità individuale. Gli effetti dei cannabinoidi non sono identici per tutti e dipendono da una serie di fattori biologici e ambientali che la letteratura scientifica ha ampiamente documentato.

Tra questi vi sono la predisposizione genetica, l’età, la frequenza di consumo, la presenza di altre sostanze nell’organismo, eventuali condizioni psicologiche pregresse e il rapporto tra THC e CBD nella varietà di cannabis utilizzata. È quindi perfettamente possibile che una stessa sostanza produca effetti molto diversi da persona a persona. Trasformare questa complessità in affermazioni assolute e generalizzate non solo riduce drasticamente la precisione scientifica del messaggio, ma contribuisce anche a creare una narrazione semplificata che difficilmente corrisponde alla realtà clinica.

Cosa dice davvero la letteratura scientifica

La letteratura scientifica sulla cannabis è estremamente ampia. Negli ultimi decenni sono stati pubblicati migliaia di studi sul sistema endocannabinoide e sugli effetti dei cannabinoidi sull’organismo umano. Questo sistema biologico svolge un ruolo importante nella regolazione di numerosi processi fisiologici, tra cui la percezione del dolore, l’appetito, il sonno e la risposta allo stress. La ricerca ha portato allo sviluppo di diversi farmaci a base di cannabinoidi utilizzati in ambito medico.

Tra le applicazioni terapeutiche più studiate vi sono il trattamento della nausea e del vomito nei pazienti sottoposti a chemioterapia, la gestione del dolore cronico e neuropatico, il controllo della spasticità nella sclerosi multipla e la riduzione delle crisi epilettiche in alcune forme di epilessia resistente ai farmaci tradizionali. Queste applicazioni non derivano da opinioni o mode culturali, ma da studi clinici e revisioni sistematiche pubblicate nella letteratura scientifica internazionale.

Ciò naturalmente non significa che la cannabis sia una sostanza priva di rischi. Numerosi studi indicano che un consumo frequente e ad alte concentrazioni di THC, soprattutto in età adolescenziale, può essere associato a effetti negativi sulla memoria, sull’attenzione e sulla salute mentale in soggetti vulnerabili. In alcuni casi può aumentare il rischio di disturbi d’ansia o episodi psicotici in individui predisposti.

Tuttavia la ricerca scientifica tende a descrivere questi fenomeni in termini di probabilità e fattori di rischio, non attraverso affermazioni assolute e generalizzate. Il dibattito scientifico sulla cannabis si muove infatti all’interno di un’analisi del rapporto rischio-beneficio, come avviene per qualsiasi sostanza farmacologicamente attiva.

Anche perché sul tema gli studi scientifici presentano risultati contrastanti. Ad esempio, una ricerca pubblicata sulla National Library of Medicine, basata su un follow-up di circa vent’anni, non ha riscontrato alterazioni strutturali del cervello associate al consumo di cannabis in età giovanile. Ciò non significa, tuttavia, che si debba incentivare l’utilizzo di cannabis né ignorare i possibili rischi legati a un consumo eccessivo o a situazioni di sovra-dosaggio, di cui è sempre importante parlare in modo chiaro e responsabile.

cannabis

Il rischio dell’allarmismo sui social

La rappresentazione della cannabis proposta in alcuni contenuti social, come nel caso del video del naturopata Parlavecchio, appare invece più vicina a una narrazione emotiva che a un’analisi scientifica. Il linguaggio allarmistico, la mancanza di dati quantitativi e l’assenza di riferimenti alla dose o alla variabilità individuale sono caratteristiche tipiche di contenuti pensati per generare reazioni immediate e aumentare la viralità del messaggio.

Si tratta di un meccanismo comunicativo molto efficace nei social network, dove i contenuti che suscitano paura o indignazione tendono a ottenere maggiore visibilità e interazione. Tuttavia, quando si parla di salute pubblica, questo tipo di comunicazione rischia di contribuire più alla confusione che alla conoscenza.

Il paradosso è che l’allarmismo eccessivo può persino risultare controproducente dal punto di vista della prevenzione. Quando il pubblico percepisce messaggi troppo estremi o non supportati da dati scientifici chiari, tende spesso a sviluppare diffidenza verso la comunicazione sanitaria nel suo complesso. Una divulgazione realmente utile dovrebbe invece spiegare in modo chiaro le differenze tra uso medico e uso ricreativo, descrivere i possibili rischi in relazione alle dosi e alla frequenza di consumo e riconoscere le evidenze scientifiche esistenti sia sugli effetti negativi sia su quelli terapeutici.

La cannabis è una sostanza farmacologicamente complessa che non può essere ridotta a slogan o semplificazioni. Presentarla esclusivamente come una sostanza devastante per l’organismo, senza contestualizzare gli effetti e senza citare la vasta letteratura scientifica disponibile, significa offrire al pubblico un quadro parziale e sicuramente fuorviante.

In un’epoca in cui milioni di persone si informano attraverso i social media, la responsabilità di chi comunica temi sanitari dovrebbe essere quella di contribuire a un dibattito informato e basato sui dati, non di alimentare narrazioni sensazionalistiche pensate per ottenere qualche like in più.

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  • Classe 1992, vive in Veneto. Spirito critico. Giornalista per passione ed esperto di canapa. Formazione in Cannabinologia presso Cannabiscienza  c/o Università degli Studi di Padova. Direttore di Spazio Canapa.

Classe 1992, vive in Veneto. Spirito critico. Giornalista per passione ed esperto di canapa. Formazione in Cannabinologia presso Cannabiscienza  c/o Università degli Studi di Padova. Direttore di Spazio Canapa.