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Il Consiglio di Stato chiama in causa l’Europa: si riapre la partita sulle infiorescenze light

La lunga battaglia legale sulla canapa industriale italiana approda a Lussemburgo. Con un’ordinanza accolta con favore dalle associazioni di settore, il Consiglio di Stato, ieri, ha rimesso alla Corte di giustizia dell’Unione europea la questione della compatibilità tra il divieto nazionale sulle infiorescenze di canapa e il diritto europeo. Una decisione che, secondo gli operatori del comparto, potrebbe segnare una svolta per l’intera filiera agricola e per il mercato interno.

Il cuore della questione: una pianta, nessuna distinzione

Il Consiglio di Stato richiama la sentenza del TAR Lazio n. 2616/2023, che aveva già sottolineato come la normativa comunitaria sulla canapa non operi distinzioni tra le varie parti della pianta. In altre parole, secondo la disciplina europea, tutte le parti della Cannabis sativa L. – semi, foglie, fiori – sarebbero lecite se derivanti da varietà certificate e con un contenuto di THC inferiore allo 0,2% (con tolleranza fino allo 0,6%).

Su questo punto si fonda la decisione del Consiglio di Stato di interrogare la CGUE: può una normativa nazionale vietare la coltivazione, l’uso o la vendita di foglie e infiorescenze “light” se queste rispettano i limiti europei di THC?

Mercato interno e concorrenza: l’Italia rischia l’isolamento

Nel testo dell’ordinanza emerge un rilievo cruciale: il divieto italiano rischia di limitare il commercio intra-UE, configurando una restrizione alla libera circolazione delle merci contraria agli articoli 34 e 36 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione europea (TFUE).

A pesare è anche il confronto con altri Paesi europei, dove la produzione e la commercializzazione del cannabidiolo risultano perfettamente legali. Una disparità che, secondo il Consiglio di Stato, potrebbe rendere la normativa italiana “non giustificabile” neppure per ragioni di tutela della salute o dell’ordine pubblico, dato che il contenuto di THC nelle varietà ammesse è “estremamente contenuto”.

Il recente articolo 18 del Decreto Sicurezza, che ha limitato l’ambito di applicazione del DPR 309/1990 alle sole infiorescenze, ha ulteriormente complicato la situazione. Appare infatti paradossale il divieto di utilizzare o lavorare le infiorescenze di canapa anche quando provengano da varietà certificate e conformi ai limiti di THC previsti dalle norme europee.

Per questo, gli operatori del settore hanno mantenuto vivo il contenzioso, affidandosi allo studio Legance e all’avvocato Francesco Bulleri, che ha seguito il ricorso. La sentenza deciderà se la L.242/2016 ed il DPR 309/1990 sono conformi al diritto Europeo, laddove vietano fiori, foglie, oli e resine con tenore di THC inferiore ai limiti di legge. Il Consiglio di Stato ha esteso la questione anche all’art. 18 del Decreto Sicurezza.

Bulleri: “Un passaggio storico per il settore”

“L’ordinanza del Consiglio di Stato rappresenta un momento fondamentale per il settore canapa – commenta l’avvocato Bulleri – perché ha finalmente affrontato in modo organico tutte le criticità sorte con l’applicazione della Legge 242/2016. L’attuale quadro normativo, compreso il Decreto Sicurezza e la normativa sugli stupefacenti, presenta forti dubbi di compatibilità con il diritto europeo.”

Federcanapa, è la Federazione della canapa italiana, è nata per dare voce e supporto tecnico-scientifico alle molteplici iniziative in atto in tutte le Regioni italiane e costituire una rappresentanza autorevole nei confronti del Governo, delle amministrazioni regionali e degli altri settori industriali.

Per il legale, il rinvio alla Corte di giustizia potrebbe avere un impatto che va oltre l’Italia: “È un passaggio chiave per chiarire una volta per tutte la piena legalità della pianta intera di canapa, senza distinzioni tra parti della pianta. Ma anche un’occasione – aggiunge – per rivedere una normativa sugli stupefacenti ormai anacronistica rispetto alla realtà della Cannabis sativa.”

Guarda: “Un segnale concreto di attenzione verso un settore che da anni chiede dignità e chiarezza”

“L’ordinanza del Consiglio di Stato pubblicata ieri rappresenta un passo avanti verso la tanto agognata chiarezza normativa per il settore della canapa. Con il rinvio alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea si apre finalmente la possibilità di chiarire, una volta per tutte, che non si può applicare indiscriminatamente la normativa sugli stupefacenti a fiori, foglie, oli e resine di canapa provenienti da varietà certificate e con THC entro i limiti di legge.”  

Così l’eurodeputata Cristina Guarda (Alleanza Verdi e Sinistra), promotrice dell’emendamento recentemente approvato dal Parlamento europeo che ha riconosciuto l’uso integrale della pianta di canapa come prodotto agricolo nell’ambito della riforma dell’Organizzazione Comune di Mercato (OCM), attualmente in fase di negoziato con il Consiglio UE e la Commissione europea.

Ora guardiamo con fiducia alla Corte di Giustizia UE che, peraltro, si è già espressa nel 2020 con la sentenza Kanavape, chiarendo che il CBD non è uno stupefacente e che gli Stati membri non possono vietarne la commercializzazione. Nel frattempo — ricorda Guarda — prosegue la battaglia politica: l’ordinanza del Consiglio di Stato, infatti, va nella stessa direzione dell’emendamento che ho promosso a Bruxelles per dare regole certe e non discriminatorie a tutta la filiera, anticipando al 2026 ciò che la nuova PAC prevederebbe solo dal 2028. Con il voto di ottobre, il Parlamento europeo ha riconosciuto l’intera pianta di canapa come prodotto agricolo, se proveniente da varietà a ridotto contenuto di THC: un segnale concreto di attenzione verso un settore che da anni chiede dignità e chiarezza.”

La palla passa ora ai giudici di Lussemburgo, chiamati a stabilire se la legge italiana debba essere disapplicata nella parte in cui contrasta con il diritto dell’Unione. Un pronunciamento che potrebbe ridefinire il futuro di un settore agricolo e industriale in crescita, ma da anni frenato da incertezze normative e interpretazioni divergenti.

Per gli operatori della canapa, la speranza è che l’Europa faccia finalmente chiarezza: che una pianta torni a essere solo una pianta — e non un caso giudiziario.

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